L’estetica del Giappone, terra di fascino

Tra fiere, scambi e acquisti mi sono capitati tra le mani tre libri particolarmente belli e interessanti ambientati in quel Paese lontano che prima o poi dovrò visitare: il richiamo sta diventando forte e, grazie alle ultime letture, mi sono convinta che il Giappone mi vedrà sua ospite in futuro.FullSizeRender (1)

Si chiama magnetismo e ne parla molto bene Cees Nooteboom in “Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone”, raccolta di articoli e pezzi, pubblicato da Iperborea poche settimane fa.‘Quando sono in Giappone mi ritrovo in una ragnatela di significati nascosti, ciò che non capisco si mescola con ciò che posso leggere’.

La sensazione che trasuda dalle parole di Nooteboom, ribadita in termini simili in ogni suo scritto sull’argomento, è una sensazione di spaesamento, di distanza e di rarissimi momenti di comprensione. La visita di città, luoghi sacri, montagne alberate, le passeggiate su sentieri bagnati da una pioggerellina leggera, l’incomunicabilità che si accentua allontanandosi dai centri urbani sembrano far fluttuare l’autore al di sopra dell’esperienza che possono trasmettere i cinque sensi; spesso Nooteboom finisce con il non ricordare quanto ha visto, come se una nebbia si fosse posata sulla memoria. In Giappone, ‘…tutto è composizione, intenzione, simbolo, natura regolata che raffigura e rafforza la natura sregolata del mondo “vero”’.

L’autore non viaggia mai senza un libro che possa ancorarlo in qualche modo al luogo che visita e, in più di un’occasione, saranno soprattutto voci di donne a guidarlo nella storia antica della tradizione. Murasaki Shikibu è stata la prima autrice di un romanzo in lingua giapponese, “La storia di Genji”, scritto nell’XI secolo all’apice della breve ma folgorante cultura Heian; dello stesso periodo è anche l’acutissimo e poetico diario di corte di Sei Shōnagon, “Note del guanciale”, un dipinto pregiato e ricco di spunti che rappresenta alla perfezione l’etichetta del tempo, ‘un susseguirsi di rituali infinitamente raffinati…legati ai cambiamenti stagionali, un tessuto gerarchico di ranghi e posizioni e tutte le sfumature di abiti e comportamenti che ne erano parte’. Il romanzo di Murasaki ha un che di proustiano e moderno per la sua fluidità, gli intrecci tra i personaggi e la rappresentazione di un mondo esistito solo in un’isola di tempo lontana e che nonostante tutto, riesce ancora a colpire chi lo legge oggi.

Non resta che abbandonarsi al viaggio, ai passi che si susseguono uno dopo l’altro, al perdersi dietro all’incomprensione di un segno che, nello smarrimento, fa scoprire luoghi non presenti sulle guide. Comprendere tradizioni religiose e usanze, l’etica, l’estetica artistica che pervade anche il gesto più semplice richiederebbe un tempo che supera una sola generazione; e Nooteboom, consapevole, continuerà ad approfondire la sua ricerca negli anni, cercando anche di capire in quale modo l’Occidente percepisce la terra estrema del Sol Levante, spesso lasciandosi trasportare da un fuorviante japonisme.

Chi è riuscito ad addentrarsi in un modo ancora diverso nella cultura di Tokyo, andandoci anche a vivere per un breve periodo negli anni ’90, è stato il nostro grande Igort, autore di graphic novel e scrittore conosciuto in tutto il mondo. Nei suoi “Quaderni giapponesi”, di Coconino Press,  viene rappresentato un viaggio nell’impero dei segni, alla scoperta del regno dei fumetti, dei manga, delle splendide immagini di Hokusai e Utamaro. Igort ha un contratto con il più grande editore del Giappone, la Kodansha, un luogo popolato da strenui lavoratori e da caporedattori che gli chiederanno di produrre nuovo materiale anche di notte, portandolo all’esasperazione.

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Questo testo, adorno di colori e racconti di vita vissuta a dormire su bassi futon, case minuscole, stanze d’albergo, piccoli aneddoti legati al quotidiano, al cibo, ai giardini, al fiorire della primavera, al tè e alla contemplazione, viene accompagnato da intervalli dedicati a grandi personaggi come lo stesso Hokusai o il grande scrittore Mishima, a storie intense come quella della tormentata geisha Abe Sada. Ma c’è anche spazio per approfondimenti culturali sulla società e le usanze giapponesi: ci viene dato modo di conoscere una realtà di caste, alla base della quale stavano i burakumin, boia, macellai e beccamorti, soggetti impuri perché sempre a contatto con il sangue. E come contrappeso, conosciamo la storia del culto del kiku, il crisantemo, fiore adorato, e del sumo, sport di grande prestigio.

Igort sognava il Giappone da tempo prima di visitarlo per la prima volta; ebbene quel sogno l’ha inseguito, pascolando nel paradiso dei disegnatori, sfiorando la sapienza e il mistero di un mondo antico che sopravvive ancora nei meandri di una modernità soffocante.

Ebbene, dopo essermi lasciata trasportare da chi quel mondo l’ha vissuto in prima persona ma da occidentale, da straniero, da ‘esterno’, non mi restava che provare a ad affrontare l’esperienza di una lettura di un autore autoctono: mi sono trovata tra le mani un vecchio Einaudi della collana I Coralli, “Il paese delle nevi” di Yasunari Kawabata, primo scrittore giapponese a vincere il Nobel per la letteratura.  La trama è di una semplicità rara, ridotta all’osso in un rapporto a due tra una geisha ed un uomo che va in villeggiatura nelle terre del Nord, durante le stagioni fredde, a godersi i piaceri delle terme e a guardare gli sciatori solcare le piste coperte di bianco. Il tocco magico di questo libro sta nel non detto, nelle scene non descritte ma date per scontate, un elegante silenzio che si stende sugli amplessi amorosi, sugli imbarazzi, sulle vergogne.

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Kawabata racconta, con la voce del protagonista Shimamura, un uomo pingue, nullafacente, che vive di rendita, sposato e con figli, il lento allontanarsi dalla vita di città per quella turistica in villaggio, un viaggio in treno passato ad osservare i riflessi degli altri passeggeri sui vetri che incorniciano le montagne; nel villaggio, un piccolo albergo, una cricca di geishe che lavorano una volta l’anno strapazzandosi di festini, suonando e cantando per diversi clienti senza dare la preferenza a nessuno. Ma tra di esse c’è Komako, la cui pelle splendida prende le tonalità del rosa e del rosso non appena si toglie il pallido trucco da costume; Komako, che si invaghisce di Shimamura riempiendolo di attenzioni non dovute, confondendolo con i suoi comportamenti altalenanti, la sua grazia e bellezza che si esprimono anche quando è inebriata dai fumi dell’alcol.

Sono stata risucchiata dai loro dialoghi poveri ma ricolmi di significato, di disperazione da parte di lei e di impotenza da parte di lui, dal paesaggio magnifico, teso tra decadenza e splendore, dai piccoli rituali, dalla poetica della scrittura asciutta.

E così anche io, amante del viaggio in tutte le sue accezioni, vorrei che questa esperienza immaginifica si trasformasse in esperienza fisica; i libri avvicinano i mondi, li rendono “possibili”, raggiungibili e, in questo caso, grazie a tre autori completamente diversi tra loro e a quanto hanno scritto, è nata l’attrazione verso un altro universo.

È una magia che solo quest’arte riesce a trasmettere.

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