La storia dell’imbianchino che andò a letto con la Gioconda

La prima volta che sentii parlare della Gioconda fu in un caldo pomeriggio di luglio. Non avevo più di cinque anni ma serbo un ricordo molto nitido di quella particolare giornata.

Avevamo colto dalie e gladioli in giardino per portarli al cimitero al nonno Domenico: il 29 luglio era la ricorrenza del suo compleanno. Indossavo uno dei tanti abitini di cotone confezionato e ricamato dalla mamma e, cammin facendo, le rivolgevo un sacco di domande sul nonno, che aveva lasciato questo mondo prima di avermi potuto conoscere. Stavamo sistemando per bene i fiori , quando una signora si avvicinò a noi salutandoci. Ella si era appena allontanata da una tomba poco distante, che già altre volte avevo notato e che aveva attirato la mia attenzione incuriosendomi. La tomba era molto semplice, oserei definirla spoglia e dava quasi un senso di abbandono, fatto smentito unicamente dalla presenza di un vaso di fiori freschi. Su una piatta lastra di cemento solo una targa a ricordo, col nome e le date di nascita e di morte di un certo Peruggia Vincenzo Pietro. Non c’era nemmeno una foto e questo, non so spiegarmi per quale motivo, mi spiaceva un po’: forse avevo bisogno di dare un volto a quel nome.

Uscimmo dal cimitero e fu allora che la mamma e la signora Celestina, figlia del tipo della lapide, parlarono di Parigi e dei loro rispettivi padri che, per tanti anni, avevano condiviso lavoro e alloggio.

Nel bel mezzo della conversazione saltò fuori il nome di una bella e famosa ragazza, tale Gioconda, tornata al paese da Parigi con il collega del nonno. Chi sarà mai stata questa ragazza così speciale che poi fu costretta a tornare in Francia contro il volere di Vincenzo? Sicuramente si era trattato di un grande amore ostacolato dalle famiglie, ma “Giulietta” non aveva potuto rimanere col suo “Romeo”!

Presto però tornai ai miei giochi e l’episodio fu dimenticato.

Dopo qualche anno sui banchi della scuola elementare, sentii di nuovo parlare di un bellissimo volto femminile e del sorriso enigmatico della Gioconda: solo allora, avendo capito che si trattava di un famoso dipinto di Leonardo, collegai tra loro i pezzi del puzzle che fino a quel momento non avevano trovato il giusto incastro.

Incuriosita, chiesi alla mamma di raccontarmi tutto ciò che sapeva di questo quadro e come mai, se ben ricordavo, fosse finito proprio a Trezzino, il nostro piccolo sconosciuto paese di collina sul lago Maggiore.

Stentavo a credere a ciò che stavo ascoltando: che fosse stato solo opera di fantasia?

Quando però ebbi la conferma dallo zio Luigi e da tante altre persone del luogo che vissero quella storia incredibile, mi convinsi che le cose era andate proprio così.

Il nonno ed il suo compaesano lavoravano come imbianchini per un’impresa di Parigi di proprietà dello zio del nonno (Pietro Tomasina) ed essendo molto precisi, esperti e soprattutto fidati, erano stati incaricati dell’imbiancatura di alcune sale del Louvre.

Una di queste sale ospitava proprio il ritratto della celebre Monnalisa.

Il nostro Signor Vincenzo Peruggia si era messo in testa che quell’opera italiana, come del resto numerose altre, di grande valore artistico, giunte in Francia per opera di Napoleone e quindi in modo illegale, doveva assolutamente essere restituita alla Patria e agli italiani. In questo caso si sbagliava perché Leonardo aveva proprio venduto il quadro.

Così, insospettato poiché godeva della massima fiducia, approfittando della mancanza di allarmi disinnescati proprio per i lavori di imbiancatura, in un giorno di chiusura del museo al pubblico, staccò indisturbato il quadro dal suo posto, si liberò della cornice, quindi arrotolò la tela nascondendola tra i suoi attrezzi.

Giunto al suo alloggio pensò bene di sistemare quel “tesoro” sotto l’asse di legno del letto del suo collega Domenico (il nonno appunto), il quale “dormì” con la Gioconda per quasi un anno. Il furto suscitò grande scalpore: ripetuti controlli venivano fatti in tutte le abitazioni dei probabili ladri e presto gli agenti sarebbero arrivati anche in Rue de l’Hopital Saint Louis, dove alloggiavano gli imbianchini.

Il Peruggia aveva cominciato a preoccuparsi e decise di trasferire la refurtiva in un posto, secondo lui, più sicuro. Fu così che lo stesso Prefetto firmò l’esito negativo del verbale di perquisizione davanti allo sguardo freddo e impassibile dello stesso ladro, proprio sul tavolino sotto il cui tappeto era celato il ritratto.

Incredibile ma vero!

Passò del tempo e gli echi del clamoroso colpo stavano via via spegnendosi.

Era il momento buono di far passare la frontiera alla “bella dama”.

Il Signor Peruggia agì nuovamente indisturbato e, visto il successo del nascondiglio parigino, volle “ospitare” la Gioconda direttamente a casa sua, in un altro tavolo, questa volta quello della cucina, che aveva una sorta di doppio fondo.

I suoi amici (tra cui forse anche Domenico), giocavano spesso a carte e bevevano un buon bicchiere di vino alla salute (senza saperlo) della Monnalisa, che ormai “abitava” in quella casa di Trezzino.

L’imbianchino fu molto bravo a non tradirsi e quando decise di uscire allo scoperto tentando di vendere l’opera ad un antiquario di Firenze, certo Geri, i suoi compaesani stentarono a credere a questa storia “pazzesca”. Colui che ebbe subito la conferma della verità del fatto fu un certo Giovanni Galli a cui Vincenzo aveva tentato di vendere il quadro. Giovanni lo aveva pregato di costituirsi ma il caro Vincenzo si guardò bene dal farlo. Dopo tutte le difficoltà superate, ad un passo dal realizzare il suo sogno? NO, MAI!!!

Proprio allora e solo in quell’occasione il nonno venne a conoscenza del luogo dove Vincenzo aveva custodito la tela, sia a Parigi che a Trezzino, ed ebbe un brivido!

La mamma mi racconta che questo fatto contribuì a dare un po’ di notorietà e a far conoscere la nostra valle ai molti curiosi che volevano vedere il paese del “ladro della Gioconda”.

Il nonno scherzando diceva che nessuno però si era interessato a lui che, ed era pur vero, con la Monnalisa aveva addirittura diviso il giaciglio in una città così romantica com’è Parigi! Ancor oggi tanto si dice e si scrive su questo furto; ogni volta che ne sento parlare mi rendo conto di essere testimone vivente dell’unica verità sul suo primo nascondiglio, che anche i familiari di Vincenzo non hanno mai conosciuto, vale a dire il letto parigino del nonno Domenico!

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