Un romanzo storico scritto a tre mani: il racconto del nostro colonialismo

Marco Cosentino, esperto di relazioni istituzionali, Domenico Dodaro, business lawyer, e l’avvocato penalista Luigi Panella sono amici da anni; una sera, a cena, intrigati dal racconto di un evento ricco di luci e ombre della nostra storia patria, cominciano a progettare l’idea di un libro che narri di quelle vicende. Il lavoro di ricostruzione e documentazione che ha poi portato alla pubblicazione con Sellerio, è durato ben tre anni; l’esordio merita un plauso.

Siamo in Etiopia e quando la storia inizia l’anno è il 1937: Rodolfo Graziani, generale e Maresciallo d’Italia, è Vicerè in un impero che poggia su una propaganda tanto esorbitante quanto ridicola. In Italia Mussolini e il fascismo cercano di prendere a braccetto la monarchia in tutti i modi, affidandosi alle manovre di Badoglio, grande scacchista del potere. Graziani, al contrario, vorrebbe che i meriti del colonialismo fossero attribuiti soltanto al partito – o quantomeno a lui -; ma le gerarchie non lo vedono sempre di buon occhio a causa della sua troppa autonomia e della sua politica “sgradevole”, per non dire palesemente feroce, nei confronti della popolazione autoctona.

Dai margini del grande Stato Abissino giungono sempre più frequenti le notizie di rivolte da parte dei partigiani arbegnoch, fedeli al re Hailè Selassiè, il Negus Tafari Maconnen, che ha scelto l’esilio volontario in Gran Bretagna da dove perora la sua causa contro l’invasione e l’occupazione fascista.

Pare che la sollevazione popolare si sia intensificata a causa di una gestione sempre più agguerrita e brutale dei rapporti con le genti sottomesse; invece di puntare sull’integrazione e sulla modernizzazione del Paese, l’Italia sembra essersi arenata in un limbo di nullafacenza, permettendo in tal modo alle bande delle Residenze fasciste di compiere azioni di rappresaglia ingiustificate, ammazzando brutalmente decine di uomini tacciati come rivoltosi senza una parvenza di processo vero e proprio.

In seguito alla repressione intervenuta dopo l’attentato ai danni di Graziani, nelle province più lontane gli eccessi delle milizie sono aumentate in modo spropositato, rinfocolando l’astio degli etiopi; un nome spicca su tutti, quello dell’ufficiale Corvo. Un convoglio di uomini scelti capitanati dal magistrato militare Vincenzo Bernardi, verrà inviato ad indagare in un viaggio ricco di pericoli dove ordine e burocrazia sembrano perdere di senso.

Bernardi, archetipo dell’uomo integerrimo, si ritrova a dover fare i conti con una realtà di assurdi raggiri, dove il potere e il prestigio dei singoli prendono il sopravvento scardinando completamente qualsiasi parvenza di legittimità ad un imperialismo debole, di facciata, che si autoalimenta di cinegiornali dell’Istituto Luce e che convince gli italiani di essere grandi conquistatori. Niente di più lontano dal vero.

Già Del Boca, con il suo “Italiani, brava gente?” pubblicato nel 2005 e con altri testi che hanno approfondito la tematica del colonialismo italiano, aveva aperto uno squarcio nella convinzione diffusa che il nostro interventismo fosse stato molto più blando di quello perpetrato da altre nazioni. La richiesta di utilizzo dell’iprite, gas urticante che produce ferite profondissime e spesso mortali, dichiarato illegale dopo la Grande Guerra, risultava spesso presente nei rapporti di comando inviati da Mussolini nelle terre conquistate; il pugno di ferro ha sempre avuto la meglio nella gestioni dei rapporti con quelle popolazioni che si sarebbero dovute rendere amiche, ma non è mai esistito un ‘buon padrone’ nell’ottica della nostra azione espansionistica.

Quello che gli autori sono riusciti a fare ne “I fantasmi dell’Impero”, componendo a tre mani un romanzo che è un perfetto amalgama di stili diversi, è dipingere un affresco a tinte forti, frutto di un ottimo lavoro di giustapposizione tra fatti inventati, documentazione autentica, fotografie, personaggi realmente esistiti ed una contestualizzazione storica a 360 gradi che mette assieme tutti i filoni narrativi in modo egregio, dando verosimiglianza ad una congettura inquietante.

Un bel debutto!

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