Non parlate mai a nessuno di Roberto Bolaño

Ci sono scrittori che uno non dovrebbe nemmeno sognare di nominare in pubblico. Tanto meno li dovrebbe consigliare ai propri amici. Se fai anche solo il nome di uno di loro considerati pure spacciato, venduto, colluso. Se racconti tutto a tutti alla fine resti solo, diceva qualcosa del genere Salinger nell’ultima pagina de Il giovane Holden, no? E’ per questo che ho tenuto il nome di Roberto Bolaño per me, in tutti questi anni. L’ho fatto perché le ossessioni non vanno bruciate in pochi minuti, in confidenze tra intimi, ma vanno coltivate in vasi, fino a che non sei costretto a travasare la pianta. E io, l’ossessione per Roberto Bolaño, la travaso in questo articolo.

Il primo testo che ho letto di Roberto Bolaño (scrittore cileno, nato nel 1953 e morto nel 2003, lo avevo già detto?) è stato un racconto presente nella sua più celebre raccolta di short stories, intitolata Chiamate telefoniche (Adelphi, 14 euro). Quella è stata una bomba a mano lanciata in un pomeriggio di dicembre, anni fa. Il racconto, ad un tratto, narra di una pornostar, Joanna Silvestri, che percorre ad alta velocità le strade di Los Angeles pensando a Nicola di Bari. Davanti a me, dunque, avevo uno scrittore cileno – vissuto tra il Messico e la Spagna, fuggito al golpe di Pinochet, forse eroinomane, forse malato di Aids, guardiano notturno in un campeggio a Castelldefels, vendemmiatore, commesso in una gioielleria spagnola – che mi parlava di Nicola di Bari, un cantautore nato a Zapponeta, in provincia di Foggia, un comune di 3396 abitanti, dati Wikipedia alla mano.

Una tipica giravolta alla Bolaño. Una rovesciata di un fuoriclasse che non ha nemmeno gli scarpini di cuoio; il coniglio fuori dal cilindro di uno che i libri se li mangiava rubandoli alla Libreria de Cristal, a città del Messico. Non poteva permetterseli, diceva, o comunque la tentazione era più forte. I suoi nonni erano emigrati galiziani che non sapevano leggere né scrivere, suo padre era un camionista che si dilettava con il pugilato, sua madre una maestra di matematica. Capite?

Da quel momento ho divorato tutto quello che è stato pubblicato di Bolaño in Italia. Prima da Sellerio, sotto la grande ala di Angelo Morino, poi da Adelphi grazie alle irriducibili traduzioni di Ilide Carmignani.

La lettura de I Detective selvaggi (il suo libro più celebre, assieme all’intero corpus di 2666) è forse il faro più grande nella letteratura contemporanea, dagli anni duemila ad oggi. I due protagonisti, Arturo Belano (alter ego dello scrittore) e Ulises Lima (nella figura del suo amico Mario Santiago Papasquiaro), vagano ancora dentro di me, come schegge di zolfo. A volte ritornano nei sogni, e mi sveglio di colpo sudato.

Roberto Bolaño continua ad essere una ossessione per me, un qualcosa di intimo. Ad Aprile, per Edizioni Sur, uscirà un assaggio delle sue poesie. Voi non ditelo a nessuno, però a qualcuno bisognava pur dirlo, tutto qui. Pianta travasata.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...