Divertente non vuol dire poco profondo: “La confraternita dell’uva” di John Fante

Nick Molise amava solo due cose nella vita: il gioco d’azzardo e la sua città, San Elmo. I figli li considerava tre giovani del tutto normali, senza alcuna particolare dote di spicco. Non amava sua moglie da tempo, ma tutte le altre donne sì. Questo è lo scenario di apertura di un bellissimo libro, “La confraternita dell’uva”.

Siamo noi a scegliere un libro o il libro sceglie noi?

Devo ammettere che è uno dei pochi libri che mi ha scelta. Mentre sono qui che ripenso a come mi sia capitato il testo per le mani, mi rendo conto che non l’ho trovato io, ma che lui ha trovato me durante un pomeriggio freddo, acceso di una luce leggera. Infatti ho acquistato il romanzo in una libreria che solitamente non vende libri di John Fante. Oltretutto, mentre mi trovavo insieme a un grande estimatore del genere “fantiano” – se così si può chiamare.

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Tracce di rossetto

L’edizione Einaudi de “La Confraternita Dell’Uva” ha in prefazione un testo di Vinicio Capossela, cantautore e scrittore contemporaneo. Una bellissima riflessione,  la sua, in apertura di un racconto che inizia in modo decisamente grottesco: con una traccia di rossetto sulle mutande di Nick Molise. Ovviamente, l’episodio scatena una divertente controversia tra marito e moglie: scenate, continui litigi, addirittura una minaccia di divorzio – perché, chiaramente, il rossetto è di una delle molteplici amanti di Nick Molise. A fronte di questa situazione, Henry Molise, figlio di Nick, raggiunge i genitori nella sua città d’origine. Dal momento in cui si troverà di nuovo a San Elmo, torneranno alla mente i ricordi, le fatiche e le situazioni grottesche della giovinezza, che lo avevano messo a dura prova al tempo in cui i soldi in tasca gli mancavano e l’ambizione di affermarsi come scrittore sembrava un sogno davvero irrealizzabile.

John Fante e l’ironia amara

È meglio morire di bevute che morire di sete

Il romanzo si snoda attraverso situazioni divertenti, che la penna di John Fante descrive con ironia amara. Sorprendentemente, dal grottesco, nasce una toccante riflessione sul rapporto padre-figlio: Nick Molise non è solo uno dei quattro italiani ubriaconi in terra americana, ma è un uomo fragile, che non ha saputo dare ai propri figli l’amore di cui avevano bisogno. Bisogna indagare nell’unione fra i personaggi e saper leggere e interpretare ogni gesto come una vera e propria dichiarazione di splendida arresa nei confronti del legame familiare che li lega l’uno all’altro.

È divertente, sì, ma che cosa c’è di più bello che guardare alle situazioni più toccanti, con il sorriso? Divertente non vuol dire poco profondo. Per fortuna.

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