Glenn Cooper come Dante: e se l’inferno non fosse come noi lo immaginiamo?

Lo stile di Glenn Cooper, come i suoi più accaniti seguaci possono confermare, è inconfondibile: flashback, regressioni temporali e salti tra passato e presente. In “Dannati”, però, tutto cambia e il tempo della storia diventa maledettamente lineare. E infernale.

Durante un esperimento di fisica, la brillante dottoressa Emily Loughty viene catapultata in una sorta di universo parallelo, un mondo cosi simile al nostro, eppure così diverso. All’Inferno non si può morire, non c’è speranza di redenzione e l’istinto di sopravvivenza prevale su qualsiasi altro sentimento. L’idea di rievocare una Terra geograficamente uguale a quella su cui viviamo può apparentemente deludere gli appassionati di Cooper, ma ancora una volta l’autore americano lascia tutti a bocca aperta. Che senso avrebbe catapultare i dannati dalla Terra su una seconda “Terra”, solo meno illuminata, con una cupa atmosfera e ferma tecnologicamente al Medioevo? Nessuno. Se non quello di condannarli a diventare un agonizzante pezzo di carne in putrefazione per l’eternità.

Ecco la chiave dell’“Oltre” di Glenn, ecco la caratteristica che rende il suo inferno laico molto simile a quello ampliamente descritto ed analizzato dal padre della lingua italiana: l’eterna sofferenza. Qui i dannati, sostanzialmente tutti coloro che hanno commesso un omicidio, possono “vivere” per l’eternità, conservano per sempre la stessa età di quando sono deceduti e non sono soggetti all’invecchiamento fisico (anche se il tempo pare scorrere nella stessa maniera della Terra). Se colpiti a morte, però, sono destinati ad un’inarrestabile ed eterna agonia che renderebbe la morte auspicabile. Ma la morte, nell’Oltre, non esiste.

Lo ammetto, io in primis mi sarei aspettato di trovarmi davanti a fiamme e zolfo, cosi come l’inferno appare nell’immaginario collettivo. Mi sarei aspettato di incontrare un essere superiore, magari Lucifero, pronto a giudicare i peccati commessi e ad indirizzare i dannati verso la loro pena eterna. Ma quanti si sarebbero annoiati dopo una decina di pagine? Lo ammetto, io in primis. L’assenza di una figura giudicante fa diventare l’ Inferno un’orribile realtà, allontanandolo dalla concezione legata all’immaginazione collettiva: diventa, così, un mondo tangibile, vicino ai lettori, vicino a noi.

Non viene neppure citato il pentimento pre-morte, la richiesta del perdono di Dio che ti salverebbe dall’infinita sofferenza dell’Inferno, elevandoti al cospetto dell’Altissimo. L’assenza di questo dettaglio, ossigeno puro per i cristiani, evidenzia ancor di più la laicità dell’inferno di Glenn in Dannati: se hai commesso un omicidio o un suicidio, pentito o no, per te non c’è scampo.

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