Perché siamo tanto affascinati dalla cronaca nera? La risposta di Kate Summerscale

Leggendo i libri di Kate Summerscale, scritti con grande piglio narrativo, ci si potrebbe chiedere quale intento possano avere le sue analisi approfondite di crimini commessi in epoca vittoriana, in un Inghilterra all’apice della sua potenza coloniale e commerciale, ricca di chiaroscuri, di contraddizioni sociali, protesa verso avveniristiche invenzioni e ricerche scientifiche ma allo stesso tempo profondamente conservatrice.

Ebbene, dopo aver affrontato in rapida successione ‘Omicidio a Road Hill House’ e ‘Il ragazzo cattivo’, mi sono resa conto che parlando di un’era passata e costringendo ad immergersi in una realtà sconosciuta e distante nel tempo, l’autrice ha forse voluto offrire una lettura sul presente indiretta ma non per questo meno efficace, oltreché un pregevolissimo reportage storico.

La Summerscale ci trascina in un determinato luogo, sia esso una casa signorile di campagna circondata da un villaggio rurale o un quartiere di East London in stretto rapporto con il Tamigi e con il commercio che ancora vi si svolge; in quel luogo avviene un delitto alquanto violento il cui movente non appare subito chiaro; la risonanza dell’evento rende allo stesso tempo quel luogo fulcro di attenzione e punto di partenza di diversi approcci tematici che, intrecciandosi, completano il quadro di una cronaca a 360 gradi che lascia ai posteri l’ardua sentenza. Siamo infatti noi lettori di oggi ad avere il privilegio di considerare tutti i punti di vista raccolti per poter collocare azioni e comportamenti nel loro giusto ambito.

Il fruitore di notizie in epoca vittoriana non poteva certo dirsi così “fortunato”; le testate giornalistiche erano moltissime sia a livello locale, nelle contee e nelle città, che a livello nazionale. La morte di un bambino di pochi anni per sgozzamento e l’uccisione di una madre da parte del figlio quattordicenne con una doppia pugnalata erano fatti che finivano in prima pagina, adornati da disegni abbastanza raccapriccianti che davano all’immaginazione cibo per alimentarsi e da editoriali che spesso esprimevano opinioni diverse nell’ambito di una stessa giornata, dall’edizione del mattino a quella della sera.

Tuttavia la confusione che poteva provare il lettore di giornali potremmo dire sia la stessa che proviamo noi quando veniamo bombardati da servizi televisivi che ci propinano in continuazione le varie teorie sviluppatesi attorno all’ennesima scomparsa, morte o violenza abbastanza cruenta da alzare l’asticella della nostra attenzione. L’ossessione che imperversava nel pubblico inglese scandalizzato dalle vicende al punto da volerne sapere sempre più piuttosto che sempre meno, si ritrova nella ricerca spasmodica di un senso alle azioni apparentemente inspiegabili dietro ad un delitto senza movente che sembra giustificare persino la ricostruzione televisiva con plastici e annessi, o addirittura nei pellegrinaggi sui luoghi di un assassinio passionale.

E così vale per tutte le altri grandi tematiche affrontate dalla Summerscale nei suoi studi. Come il fattore privacy, ineluttabilmente presente nella vita sociale dell’epoca, enfatizzata ulteriormente quando la regina si ritira in lutto perenne dietro le quinte del suo regno, avendo perso il suo consorte e invocando il culto della morte e della morigeratezza religiosa. Tuttavia è irresistibile la chiamata all’osservazione indiscreta dell’interno della casa dove ha sempre vissuto la famiglia di un assassino; finché si tratta della vita privata altrui, soprattutto se imbrattata da un fatto tragico, nulla sembra vietare le brutture della curiosità più becera.

Abbiamo poi modo di confrontare l’approccio criminologico odierno con quello di allora, tipicamente lombrosiano o legato comunque a scienze ancora poco sviluppate. Veniamo a conoscenza della nascita della prima squadra investigativa della polizia inglese, quella di Scotland Yard, che darà vita a personaggi letterari ispirati ai detective più noti del periodo; sembrano ricordare i nostri pubblici ministeri, bistrattati o elogiati dalla stampa a seconda dei casi.

Per non parlare del percorso rieducativo e di risocializzazione, già presente quando ancora esisteva la pena di morte. Il manicomio di Broadmoor, rappresentato ne ‘Il ragazzo cattivo’ mi è sembrato così innovativo e moderno da collimare in parte con alcuni dei nostri principi cardine delineati nel diritto penitenziario, in qualche modo addirittura sorpassandoli almeno nel concreto; e si trattava di un manicomio criminale che comunque prevedeva la reclusione a vita per coloro che, nella commissioni di un delitto, erano stati riconosciuti infermi di mente.

Insomma, l’analisi di un omicidio si trasforma in analisi sociale, mediatica, scientifica, medica, rieducativa e criminologica. Un’analisi che scava nel fondo di un popolo, portandone alla luce pregi e immani difetti. Un’analisi del passato che chiama il lettore a farsi domande sul presente, scoprendo somiglianze spesso sconvolgenti.

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