I 10 classici che ci hanno annoiato a morte

La lettura de Il capitano è uscito a pranzo di Charles Bukowski (recensione qui) mi ha spinto a una riflessione insolitamente profonda. Ho pensato che il vecchio Charles ha avuto davvero molto coraggio non solo a vivere in quella maniera avventurosa, ma soprattutto ad ammettere nelle battute finali del libro, con estrema sincerità, di non apprezzare affatto due mostri sacri della letteratura Shakespeare e Tolstoj.

Trovo che leggere i classici sia una grande esperienza formativa, poiché ci permettono di rivivere le atmosfere di tempi e luoghi lontani dalla nostra sensibilità.

Però siamo onesti: è capitato a tutti di imbatterci almeno una volta in un autentico mappazzone (copyright Bruno Barbieri) difficile da digerire, che abbiamo faticato a terminare, o abbiamo addirittura abbandonato dopo una manciata di pagine ci calava la palpebra ad ogni parola.

Eppure molto spesso non si trova il coraggio di fare questa confessione. I motivi possono essere di diversa natura: perché verso i classici vi è una sorta di timore reverenziale, perché “fa figo” citare Dostoevskij o Goethe, anche se magari ci hanno annoiato a morte, o perché si teme di essere giudicati dei sempliciotti.

Ebbene, io ho deciso di compiere questo passo, ma non avendo abbastanza ardire per fare outing in solitaria, ho voluto invitare la redazione a fare altrettanto, chiedendo ad ognuno dei componenti il nome di un classico che proprio non è riuscito proprio a digerire.

Inutile dire che sono volati letteralmente gli stracci.

Ecco cosa ne è emerso.

Dario:

Il fu Mattia Pascal (Luigi Pirandello). Credo che i classici debbano avere la stessa capacità di emozionare dei romanzi contemporanei. E ritengo che questo romanzo tanto studiato non ne sia provvisto.

Alessia:

Frankenstein (Mary Shelley). È diventato un capolavoro e un classico della letteratura per la capacità di sapersi confrontare con le più grandi paure dell’uomo. Forse non ho saputo apprezzarlo, perché è fra quei libri che si leggono a scuola già in tenera età, e la narrazione l’ho trovata piuttosto noiosa. Non mi è mai più venuta voglia di rileggerlo.

Martina:

Il gabbiano Jonathan Livingston (Richard Bach). Credo che sia il libro che mi ha dato meno nella mia vita di lettrice. Assolutamente inutile. E poi i gabbiani sono stupidi, si sa.

Giulia:

La principessa di Cleves (Madame de La Fayette). L’autrice vuole dipingere il ritratto di una donna integerrima e piena di virtù che però ai miei occhi resterà una sfigata noiosissima. Memorabile la scena in cui lei guarda il dipinto del suo amato e questo fissa lei dalla finestra, senza che nulla accada. Come nel resto del romanzo. Ah. E poi lei vorrebbe vestirsi di giallo perché è il colore dello stemma del suo amato, ma non può perché è bionda e parte lo psicodramma.

Federica:

Il Dottor Zivago (Boris Pasternak). Perché ogni pagina è stata una battaglia con la noia più nera. La storia non è mai partita e se fosse partita io non me ne sono accorta. Finire il libro è stata la mia personale campagna di Russia.

Andrea:

I dolori del giovane Werther (Johann Wolfgang von Goethe). È uno dei pochissimi libri che non ho mai finito di leggere, con la scusa del romanticismo è quanto di più egoista sia stato mai scritto. Goethe avrebbe fatto soffrire Werther così tanto anche se al giorno d’oggi gli avessero tolto il WiFi, è solo un pretesto per un esercizio di autocommiserazione.

Iris:

Verdi colline d’Africa (Ernest Hemingway). Non avendolo finito potrei anche dire che ha comunque vinto lui, ma non avrei mai pensato di aver bisogno di oltre 60 pagine per (non) appassionarmi a un suo libro. Se non riesci ad accattivare il tuo lettore, caro autore, hai fallito dal principio.

Stefano:

La montagna incantata (Thomas Mann). Qui il sadico scrittore tedesco ingaggia una gara di resistenza col lettore, si gioca a chi si stufa per primo, se il lettore di leggere o lo scrittore di scrivere, chi perde verrà preso a staffilate. Venghino, signori, venghino, sono aperte le scommesse… E niente, ho preferito le staffilate. Ma con condono parziale della pena e il plauso della giuria, per essere riuscito ad arrivare fino a pagina 250. E Thomas? È ancora là che scrive, gongola e scrive…

Paola:

Il piacere (Gabriele D’Annunzio). A parte l’antipatia invincibile per il protagonista, penso sia proprio mal riuscito: linguaggio melenso, personaggi cliché e poca sostanza.

Marco:

Il grande Gatsby (Francis Scott Fitzgerald). Sono uno che porta a termine tutto ciò che inizia a leggere, compreso l’elenco del telefono. Però Il grande Gatsby l’ho abbandonato, anche piuttosto presto. Mi è sembrato lento, ampolloso, retorico. Fossi donna ripiegherei sul film con Di Caprio, invece niente, è destino che guarderò altro.

Insomma, ci siamo tutti liberati di un peso opprimente. E voi cosa state aspettando? Armatevi di coraggio, vivrete più leggeri!

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7 thoughts on “I 10 classici che ci hanno annoiato a morte

    1. Buongiorno Rosa, abbiamo cercato di trattare un argomento serio in maniera ironica. Per questa ragione è stato utilizzato uno stile più “frivolo” e colloquiale

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  1. Giusto
    Il letterato non è una persona comune: quando scrive, sceglie con cura le parole adatte ad esprimere la vastità del suo universo interiore; parole che – è inteso – non si sognerebbe nemmeno di usare nella vita di tutti i giorni, per troppo rispetto verso la sacralità della pagina letteraria (o forse perché, se lo facesse, nessuno lo prenderebbe sul serio – e giustamente).
    Un percorso duro, quello del letterato, lastricato di privazioni, che il letterato affronta con la resilienza dell’agonista.
    Ah, e quando caga, è inteso che caghi praline di cioccolato, puro finissimo. Mica è come tutti gli altri!

    Ma per favore

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  2. Non mi sembra di aver scritto alcunché di simile.
    Molto più semplicemente, ritengo che la lettura possa aiutare a lasciarsi alle spalle certi cliché e modi di interfacciarsi con il lettore che strizzano l’occhio al linguaggio social (non foss’altro che per una questione di originalità).
    Non ho parlato di vastità di universo interiore e parole auliche, ho detto solo che certi stilemi sono triti e ritriti, e – speravo – superati (specie in contesti in cui chi scrive parla di letteratura che, per come la vedo io, dovrebbe essere un bell’antidoto contro gli hipster da tastiera).

    Ma mi sbagliavo (visto che ti piacciono le chiuse ad effetto).

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    1. Cara Rosa,
      sai che ti dico?
      Che mi sei pure simpatica
      Ma sì, oggi sono in buona e non mi va di fare polemica!

      Mi scuso quindi per la caduta di stile, quel “E niente” che spero giustificherai con la mia prolungata latitanza dai social, al punto da ignorare che si trattasse di uno stilema “trito e ritrito”…

      Ti faccio notare, però, che anche tu cadi nella stessa buca
      Precisamente quando parli di “hipster da tastiera”…
      Ora “hipster” è un termine talmente liso e consunto che è un attimo pattinarci sopra, siccome su ingrata buccia di banana (la bananità del normale…)
      Ti fa scadere nel generalismo più retrivo… E soprattutto allude allo stesso immaginario condiviso e social che hai stigmatizzato prima. Una strizzata d’occhio grossa così, anche se involontaria

      Perché, parliamoci chiaro, quanti hipster puoi dire di conoscere?
      Qualche camicia a quadri l’ho conosciuta anch’io, ma magari ascoltava Gigi D’Alessio. E vivo nella città più cool e glam d’Italia. Quindi?
      No: la verità è che l’hipsterismo, e il tam tam mediatico che segue a braccetto, appartiene più al mondo virtuale dei social e dei meme ludici, che a quello reale della routine e del piattume quotidiano (che i social tentano appunto di rinverdire inventando bersagli – contro cui scagliarsi – inesistenti, perché estranei alla nostra sfera privata)

      Dunque: come un cerchio nel grano non fa un’invasione aliena, così un infoltirsi di barbe non basta a fare un endemismo hipster. O un risvolto dei pantaloni un Risvoltinato (inteso come creatura mitopoietica), tanto per stare al passo con le tendenze social del momento.

      Se non vuoi prestarti al gioco dei cliché, cerca di farlo su tutta la linea (altrimenti fai come me e gioca… l’importante è la consapevolezza!)

      …Ma oggi sono in buona, ti perdono tutto e tutto ti rimetto, con l’augurio che tu faccia lo stesso!

      Con immutata stima e affetto (cui allego preghiera di reciprocità)
      Tuo,

      Makumbo

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  3. Apprezzo il prosare coltivato (che tuttavia non ti rinfacciavo, v. sopra). E’ tutto molto suggestivo, ma val ancora la pena precisare che io, non scrivendo su un blog di letterati (che ad attenta analisi era la premessa del mio primo commento) posso usare i termini lisi, consunti e stantii a cuor leggero. Nella mia personalissima opinione, ancora una volta espressa – forse con eccesso di sintesi – dal mio primo commento, sarebbe bello che voi, coltissimi e aulicissimi letterati, guardiate un po’ più lontano di me.

    Spero di continuare a starti simpatica, e grazie per il perdono.
    R.

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    1. Premesso che – se consideri che il mio ultimo articolo in questa sede (articolo vero, non questi trafiletti formato cacca-di-piccione che rilasciamo in ottemperanza a un vincolo di reciproca simpatia) risale a quasi un anno fa – potrei risponderti: “Neanch’io”, devo dissentire ancora una volta: anche se in forma di commento, scrivere su un blog, e in particolare – come nel tuo caso – avanzando osservazioni di carattere linguistico, comporta delle assunzioni di responsabilità (sempre di carattere linguistico).

      Detto questo, non è morto nessuno e sì, possiamo soprassedere. Rimarremo amici – a patto che tu prometta di non darmi più del “coltissimo e aulicissimo letterato”. Su quello non transigo!
      Il voi invece puoi tenerlo, aggiunge un tono nobiliare che non disdegno 🙂
      Un abbraccio!

      MdA

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