L’isola felice è ricca di problemi. “Primo amore e altri affanni” di Harold Brodkey

No, non è come credi. Non ci siamo trasformati in un blog per ragazzine insicure su come affrontare i problemi dell’adolescenza, o per le loro mamme altrettanto insicure sul se e come rivivere le ormai irrecuperabili sensazioni del primo amore, approdando quasi sempre sulle piatte, bianche, impersonali, turistiche, tutte uguali spiagge del romanzo rosa.

Avete presente quelle spiagge costruite ad arte per dare la sensazione di essere in un paradiso selvaggio e naturale, magari con un’altalena di legno agganciata ad una palma,
antica e autentica, costruita sicuramente migliaia di anni prima dai nativi del posto, i quali, indossando costumi tradizionali, anch’essi sicuramente appartenuti agli antenati, sono ben felici di far pagare una noce di cocco dieci volte in più del suo prezzo effettivo,
e se si vuol fare una foto con loro, anche undici. Tutto bellissimo e rilassante quindi, a patto però di non voltare la testa troppo spesso, di non girarla più dei 180 gradi oltre la vista del mare, perché quegli ecomostri chiamati hotel a cinque stelle protrebbero d’un tratto irrompere nell’azzurro del cielo, il colore giallissimo dei taxi di lusso che sfrecciano nella strada dietro la spiaggia potrebbe contrastare troppo con il bianco della sabbia e far così sprofondare nella tristezza per la vacanza quasi finita quegli ingenui turisti che si sono fatti ingannare da una finta bellezza.

“Quello che mi sgomentava era quel suo restare senza parola per un colore, per il gesto di saluto di una bella donna, per un’automobile o per il modo in cui ondeggiavano i capelli di una ragazza. Restava lì, tutto teso ed eccitato, tutto preso da un improvviso rapimento. […] Ma dopo un po’ di tempo che conoscevo Duncan, la bellezza che sembrava elettrizzarlo toccava anche me. Duncan mi faceva vedere forme meravigliose nelle nuvole.”

Brodkey non finge, non ci inganna e non ci circonda di personaggi falsamente autentici, costruiti ad arte. I suoi personaggi sono vivi e palpabili, ci trasportano nella più profonda natura umana, quella reale, selvaggia e incontaminata, lontana dal paradiso del romanzo rosa, piena di problemi irrisolti e storie d’amore riuscite o non riuscite, ma tutte comunque seguite da un retrogusto amaro, come una noce di cocco raccolta direttamente
su di un’isola deserta: buona, succosa, autentica, ma difficile da trattare, difficile da mangiare, a cui alla fine si rinuncia.

In questi brevi racconti, come molti altri del nuovo millennio (da quelli d’oltreoceano di Carver a quelli italiani di De Luca), la storia resta sospesa, non si conclude o meglio si conclude nell’incertezza dei protagonisti, i quali, chi con più giuste motivazioni chi meno, lasciano che la vita li travolga, che gli istinti abbiano la meglio sulla ragione, o talvolta che i loro troppi pensieri li inducano a prendere decisioni totalmente irragionevoli e contro il senso comune, il che rende queste storie d’amore affatto banali, bensì tormentose, pur nella semplicità del primo amore.

Per fare un esempio, “Educazione sentimentale” è il racconto in cui un ragazzo e una ragazza, entrambi studenti di Harvard, intelligenti e molti studiosi (almeno prima di conoscersi) si innamorano perdutamente e finiscono col dipendere totalmente l’uno dall’altra, soffrendo quando sono soli, congetturando in quei momenti il disinteresse, il non amore, addirittura il tradimento da parte dell’altro. La loro intelligenza li porterà quindi a capire di dover fare un passo indietro, per non rischiare di annullare le loro potenzialità, e non porre tutte le loro energie in quel rapporto quasi irreale, assolutamente controproducente.

“Non doveva sposarla; non avrebbe avuto la preoccupazione di mantenerla; la sua carriera non era rovinata. Elgin avvertì un incontrollabile senso di sollievo che gli cresceva dentro. “Dio, come ci amiamo!” […] Caroline si allontanò lungo il marciapiede. Lentamente, l’atteso senso di sollievo stava arrivando; era libera da Elgin. Ritornava padrona di se stessa, ma non di tutta se stessa. Elgin possedeva ancora una parte di lei.”

In poche pagine Brodkey riesce a sondare in profondità la mente dei personaggi, sia in casi semplici come il primo amore del college, ma anche in situazioni più complesse, come il matrimonio, la gravidanza e i figli. A Brodkey non serve dare l’illusione di una spiaggia bianca. Le spiagge bianche non esistono. Certamente si possono trovare, ma quelle realmente incontaminate avranno sempre qualche pezzo di legno nero, appuntito, che non ti aspettavi sotto la sabbia. Non ci saranno altalene costruite dagli aborigeni con vista sul mare, ma Brodkey ci dice che possiamo sempre costruircele noi, anche solo attaccando un’amaca in giardino, dove restare per un attimo sospesi sopra il mondo, portandoci in quel momento di pace tutti i problemi, non annullandoli, senza il rischio della disperazione di tornare alla realtà, ma convinvendoci e creando la nostra isola felice, incontaminata, autentica, grazie alla stimolante complessità della nostra vita, mai piatta e bianca.

“E subito la sua mente cominciò a dar corso alle accuse, ricordandole il suo cattivo carattere, la sua assurdità, il suo egoismo. Gemette e si agitò nell’amaca. Era un essere basso, era orribile, e non sarebbe mai stata capace di mostrare a Martin che realmente lo amava e voleva essere buona, perché la sua natura perversa si metteva sempre di mezzo. A questo punto le lacrime cominciarono a scorrere e le sembrò di aver trovato una delle segrete sorgenti della tristezza che inonda il mondo intero. Non era affatto sciocco sentirsi triste. […] Martin sedette sulla sua sedia da giardino e bevve il suo whisky. Aveva il cuore gonfio. E sorridendo pacificata nel buio, Laura piangeva.”

Harold Brodkey (Staunton, 1930 – New York, 1996) è uno dei maggiori scrittori americani del secolo scorso, nonché giornalista per il New Yorker. Diventa noto al pubblico nel 1952 con “Primo amore e altri affanni”. Visse anche a Venezia dove pubblicò “Amicizie profane” nel 1992. Morì a 66 anni di Aids, di cui era affetto da tre anni. E’ stato definito da Harold Bloom “il Proust d’America”.


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