La letteratura delle anime in viaggio

Hotel Nomade’ dell’autore olandese Cees Nooteboom è un inno al movimento, all’esperienza del viaggio come vissuto di ricordi; è la raccolta di una serie di pezzi scritti tra gli anni ’60 e il 2000,  pubblicata in Italia da Feltrinelli nella sua collana Traveller.

Nooteboom ha sempre viaggiato, vivendo in un costante nomadismo che gli ha permesso nel tempo di accumulare una serie di infiniti taccuini ricoperti di disegni, pensieri, aneddoti, momenti che necessitavano di essere trasposti su un foglio di carta; descrive le sue elucubrazioni mentali come la giustapposizione di sensazioni e immagini che la memoria riacciuffa anche grazie all’opera fotografica del suo compagno di esplorazioni, Eddy Posthuma De Boer, connazionale che ha reso gli obiettivi dei suoi strumenti parte integrante del suo corpo.

Sin dalle prime pagine si intuisce la curiosità immensa di Nooteboom, una curiosità che viene appagata soprattutto quando, da vero viaggiatore, non si impone itinerari precisi lasciandosi indirizzare dall’afflato di un istante, da guide improvvisate che lo prendono a braccetto, da piccoli burocrati che gli promettono incontri con politici che sembrano irraggiungibili.

…il viaggio rimane sempre una prova di forza, una valutazione delle cose che puoi e non puoi fare, una stima della tua indipendenza dalle persone e dalle circostanze, e un atto di pazienza nell’accettazione del fatto che in quell’altro mondo le tue aspettative e i tuoi criteri non tornano, che la paura in ogni sorta di sfumatura può essere una componente del viaggio.”

Lasciandosi portare da una scrittura che matura nel tempo da una descrittività asciutta e schietta ad una maggiore propensione alla riflessione, il lettore ha il piacere di venire introdotto nelle terre delle Gambia, salendo su un traghetto sbilenco che funziona ancora da postale per i villaggi sparsi sulle sponde del fiume che dà il nome allo Stato; si ritrova nel Mali sconosciuto, su strade sterrate senza una fine, nelle sabbie del Sahara, a Timbuctù non più splendente, con le facce aguzze dei Tuareg che spuntano da copricapi blu.

Attraverso l’Oceano Atlantico, Nooteboom si presenta in una Bolivia arretratissima, governata da presidenti che perdono la vita uno dietro l’altro, assassinati in modo brutale, un Paese di minatori, un popolo lento, che non sembra voler combattere; la terra dove ha perso la vita Che Guevara e dove gli unici che sembrano volerla veder fiorire sono frati e padri missionari. E poi il Perù e gli Inca, il salto a nord verso il Messico, ad arrampicarsi sulla Casa del Sole, una piramide sterminata, simbolo di un antico mondo fatto di sacrifici umani e di una forte stratificazione sociale, un mondo distrutto dai conquistadores di Cortés.

Non manca mai lo sguardo storico, il racconto di sfondo utile a inquadrare l’itinerario del viandante, come non manca mai la presenza solida di un posto letto; tutti gli alberghi e consimili nei quali Nooteboom ha dormito sono parte attiva nel suo scenario tipico di viaggiatore, assumendo un valore fondamentale. Perché è nel segreto di una stanza d’hotel che lo scrittore può riconciliarsi con ciò che ha visto e provato, raccogliendo i suoi scarabocchi in frasi di senso compiuto.

E vale anche la pena costruirsi nella mente un albergo immaginario, l’albergo perfetto, fatto di tutto ciò che più è piaciuto negli altri alberghi, un luogo di tranquilla beatitudine, metafora simbolica delle diversità incontrate, un luogo che raccoglie il mondo nello spazio finito di un palazzo architettonicamente improbabile.

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