Un inferno grottesco, silenzioso, pastello. “Beverly” di Nick Drnaso

Già Pirandello nei Sei personaggi in cerca d’autore scriveva:

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno il suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!

Proprio l’incomunicabilità è la protagonista incontrastata di Beverly, opera d’esordio dell’americano Nick Drnaso, pubblicata in Italia da Coconino Press lo scorso ottobre.

L’opera adotta la struttura di un racconto corale composto da sei racconti, in cui si narrano le vicissitudini di personaggi che, in qualche modo, sono tutti legati tra di loro. Spesso l’autore ritorna su un episodio attraverso la storia di più personaggi, in modo tale da fornire una visione multiprospettica dello stesso evento. Tanto i personaggi quando gli avvenimenti raccontati provengono tutti dal banale mondo della quotidianità. Ed è questo che fa paura.

Il Padre, mentre parla dell’incomunicabilità, adotta il tono di chi, tra lo stupore e la rabbia, ha finalmente scoperto la radice di un problema. Drnaso costruisce invece un mondo graficamente perfetto dietro il quale si cela l’inferno grottesco, ma calmo e muto della vita.

Un uomo, dilaniato da terrori ed angosce si confida con un amico che, però, non riesce proprio a concentrarsi, un tizio gentile viene scambiato per un pervertito, la TV lobotomizza gli spettatori, le pubblicità si susseguono false e frenetiche, la vita è banale, gli stranieri fanno paura, tensioni sessuali sempre sul punto di esplodere. Vita comune, insomma.

L’opera di Drnaso è intessuta di lunghi silenzi e profonde inquietudini mescolate ad una solitudine immensa. Oltre un disegno dal tratto lineare e colori chiari, si intravedono le crepe di una società che mentre si loda e sbandiera i propri presunti traguardi, scivola nel baratro dei suoi errori irrimediabili. Ma non si parla solo di satira sociale. Oltre questo oscuro crepaccio però, il problema non pare risolversi in una colpa addossabile per intero al mondo contemporaneo. Si insinua meschino il dubbio di una macchia antropologica, di una mancanza ancestrale tale per cui, mai nessuno è davvero stato felice o in pace con sé.

La bellezza dell’opera è insita nella realizzazione concreta di un universo talmente finto, da generare sospetto ed inquietudine nel lettore perché, come i protagonisti non si accorgono di essere parte di una farsa grottesca, così potrebbe essere per il lettore. Eppure non c’è mai un grido, mai un urlo disperato contro questa marchingegno orribile di cui vengono mostrati i meccanismi con tranquillità scientifica. Questa è la macchina del carnaio umano, il tritacarne umano dell’esistenza, direbbe l’americanissimo Bukowski. Ed è uno strumento demoniaco così perfetto ed efficiente, da non creare scalpore, ma solo un sorriso amaro, una scrollatina di spalle in un perfetto mondo color pastello, con i contorni netti, i sorrisi finti, le persone perfette fuori, marce dentro.

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