“Il capitano è fuori a pranzo”, ovvero tutto l’universo di Bukowski

Non sono un bukowskiano e probabilmente non lo diventerò mai. Non vorrei passare per puritano, ma con tutto ciò che offre quella sterminata foresta che è la letteratura, non provo particolare interesse a leggere di uomini che si ubriacano, vomitano, giocano a cavalli, fanno a cazzotti, il tutto raccontato con un linguaggio colorito adatto al caso. A meno che queste vicende non rivestano carattere autobiografico: in quel caso la mia curiosità si sente sufficientemente stimolata per procedere alla lettura.

Il capitano è fuori a pranzo è una sorta di diario, tenuto senza ferrea regolarità, che racconta due degli ultimi tre anni di vita di Charles Bukowski, deceduto il 9 marzo 1994, stroncato da leucemia fulminante.

Le vicende narrate in prima persona ricordano quelle dei protagonisti dei suoi più famosi romanzi, alle prese con una vita di eccessi e stravaganze, proprio come il loro vulcanico ideatore.

Contrariamente a quanto ci si possa aspettare da uno scrittore che ha costantemente inseguito vizi e godimenti materiali, uno dei temi più ricorrenti in questo diario di bordo è quello della morte: Bukowski, malato da tempo di tubercolosi sente la fine avvicinarsi inesorabilmente, e si dichiara pronto ad affrontarla, ma il concetto è ripetuto con tale ossessione che sembra un modo per esorcizzare la paura. Non a caso al tema ha dedicato “Pulp”, l’ultimo suo romanzo.

L’altro giorno pensavo al mondo senza di me. Il mondo va avanti a fare quello che deve. E io non ci sono. Davvero strano. Il camion della spazzatura viene a tirar su l’immondizia e io non ci sono. Oppure il giornale è sul vialetto e io non sono lì a raccoglierlo. Impossibile”.

Disseminate qua e là tra una puntata all’ippodromo e i postumi di una sbronza, l’autore ci regala interessanti riflessioni sulla vita e una critica feroce ad una società frenetica e consumistica in cui fatica sempre più a riconoscersi.

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by frensis

In un capitolo esilarante vengono messi alla berlina alcuni sedicenti poeti di sua conoscenza che discutono di letteratura e sciorinano figure retoriche, ma in realtà sopravvivono grazie alle elargizioni dei genitori o svolgendo di nascosto lavori umili e faticosi.

Il computer, gioie e dolori

Altrettanto divertenti i passaggi in cui Bukowski racconta il suo rapporto di amore e odio con il computer, da un lato strumento infinitamente più pratico della tradizionale macchina da scrivere, dall’altro fonte di guai per un utilizzatore poco esperto. Apprendiamo infatti che il buon Charles, premendo il tasto sbagliato, ha più volte vanificato lunghe sessioni notturne di scrittura, per non parlare di tutte le volte che è dovuto ricorrere all’assistenza perché il pc si era impallato, o il gatto lo aveva riempito di pipì, utilizzandolo inopportunamente come lettiera.

In Il capitano è fuori a pranzo troviamo la giusta dose di rabbia e ironia, ma soprattutto condensato in poche pagine l’intero universo di Bukowski, che era un ubriacone, un nichilista, un burbero, un attaccabrighe e uno scialacquatore.

Ma aveva anche dei difetti.

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