E se i futuristi non fossero fascisti ma formidabili geni?

Fascisti guerrafondai, incapaci di creare opere d’arte degne di questo nome. Uomini misogini, bravi solo a fare a botte, autori di scritti privi di poesia e di dipinti senza alcun significato. Spesso è questo che si pensa di quegli artisti che si sono riuniti intorno a Filippo Tommaso Marinetti. Si facevano chiamare futuristi, perché, stufi di un passato che credevano senz’anima, volevano creare un futuro veloce e moderno, adeguato alle loro aspettative. Ma se la storia che finora ci è stata raccontata fosse sbagliata?

Contro questa idea si scaglia “Come sugli alberi le foglie” di Gianni Biondillo. In questo romanzo è ritratta magistralmente una generazione nei suoi anni migliori, anni che spesso sono anche gli ultimi. Una generazione che ha rivoluzionato il modo di vedere e fare l’arte. Protagonista indiscusso è Antonio Sant’Elia, un architetto comasco autore di disegni bellissimi che hanno ispirato tutta l’architettura novecentesca. L’unico problema di Antonio è che non ha fatto in tempo a costruire nulla. Dall’incontro con Boccioni e Marinetti all’ingresso nel movimento futurista, dal trasferimento in una incandescente Milano alla stesura del Manifesto dell’architettura futuristica, quella di Antonio è stata senza dubbio una vita piena e degna di essere ricordata. Non è il fascista che Mussolini ci ha raccontato.

Ma Biondillo ci racconta non soltanto la storia di un uomo ma quella di una generazione di ragazzi che sognano un futuro di cui andare orgogliosi. Trovano qui spazio tutti i grandi le cui vite si sono inesorabilmente intrecciate tra Milano e il fronte: da Carrà ad Ada Negri, da Giuseppe Ungaretti a Gabriele d’Annunzio, da Giuseppe Verga a Robert Musil. Biondillo racconta come un soldato abbia trovato conforto in trincea dalla lettura delle poesie di un giovane soldato (Ungaretti), copiate su un quaderno. Come un giovane poeta (Marinetti) abbia comprato un automobile di lusso e sia finito in un fosso pochi minuti dopo averla comprata. Quest’uomo voleva sperimentare la velocità ed è finito per non guidare mai più una macchina nella sua vita. Una vita molto più lunga di quella di tutti quei ragazzi che aveva convinto che la guerra fosse la sola igiene del mondo. Che bisognava andare al fronte alla ricerca della bella morte.

Questo di Biondillo è un libro documentato quanto un saggio di Eric Hobsbawm e appassionante quanto un thriller di Stieg Larsson. Per quanto mi riguarda, è anche uno dei più bei romanzi contro la guerra che io abbia mai letto. Mostra l’insensatezza di ogni gesto violento, la stupidità di qualsivoglia conflitto. La guerra non è “igiene” ma “sporcizia”.

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