1939-2017. L’attualità sconcertante di un grande classico americano

Leggere Furore di John Steinbeck, al giorno d’oggi, può sembrare soltanto un atto dovuto per appassionati bibliofili che non vi si siano ancora cimentati. È un libro la cui assenza risulterebbe assordante sugli scaffali di una biblioteca perché è una grandiosa opera corale scritta in una prosa incredibilmente accurata e poetica. La storia della letteratura americana non può gettare Steinbeck nel dimenticatoio; c’è chi dice che ormai risulta antiquato e che tanti, come lui, hanno raccontato di quell’America lì, spersa nelle regioni più rurali, popolate da gente semplice, personaggi archetipici che si accingono ad abbandonare la propria casa in cerca di un futuro migliore.

Posso essere d’accordo, sotto certi punti di vista. E tuttavia più penetravo nella trama narrativa più mi sembrava di ritrovare somiglianze impressionanti con il nostro quotidiano.

Molti forse conoscono il racconto dei Joad, originari dell’Oklahoma, famiglia di contadini e coltivatori di terra, costretti ad abbandonare il proprio appezzamento a causa delle macchine, i grandi trattori che fanno il lavoro di 100 uomini e che ne cancellano in un attimo l’utilità. Resta solo l’ovest, la promettente California, dove pare ci sia lavoro per tutti, un futuro per tutti. E così, arrampicati su una camionetta strampalata, su cui sono ammucchiati tutti i pochi averi, Ma, Pa, i loro figli, i nonni, un ex predicatore e uno zio turbato da antiche tristezze, cominciano la traversata sulla Route 66, riposandosi poche volte all’addiaccio, incontrando un numero sempre maggiore di viaggiatori come loro, ricacciando in fondo alla mente i pensieri bui che si affastellano quando non si ha più una casa e non si sa quando se ne avrà mai un’altra. Tutto senza mai perdere la propria dignità.

Steinbeck alterna i capitoli sulla famiglia Joad ad altri, tesi a dipingere la situazione generale di quel periodo quasi con un intento sociologico; prima si dà luce allo sfondo, alla situazione, al canovaccio della scena, poi si entra nel particolare umano descrivendo come l’individuo possa venir influenzato dalle vicende della storia.

Ciò che coinvolge maggiormente il lettore è, a parer mio, proprio la capacità descrittiva di Steinbeck, quasi fotografica se non addirittura filmografica. Io ho sentito la polvere dell’Oklahoma tra le dita dei piedi, nei capelli e in bocca; ho gustato il sapore del maiale arrostito o quello, più sabbioso, delle pastelle di farina; ho sentito il caldo e il freddo, la pioggia torrenziale, il senso d’ansia dell’acqua che sale e copre tutto, il buio delle notti sul deserto, la sete, i crampi della fame, la sporcizia, il gusto proibito delle pesche, il soffice tocco delle piante di cotone, il vento e il sangue di un naso spaccato. Se tatto, olfatto, udito, vista e gusto si risvegliano mentre si legge un libro, allora quel libro è un capolavoro.

Ma tornando a quanto dicevo in merito all’attualità di un testo del 1939… Siamo di fronte ad un fenomeno migratorio di massa che ha visto coinvolte migliaia di persone. E si trattava di una fuga da una regione all’altra della propria Nazione; oggi chi lavora nel campo dell’immigrazione, chiama queste masse “sfollati interni” e rappresentano la percentuale più alta tra tutti coloro che si spostano, sia per ragioni di guerra che per ragioni ambientali ed economiche. Steinbeck da perfettamente conto di due fattori che ai giorni nostri sono più che presenti: la paura e il razzismo. La paura di ciò che non conosciamo, la paura di quello che potrebbe accadere accogliendo chi ci è estraneo, la paura della reazione al rifiuto. Il razzismo verso chi pensiamo sia meno intelligente, meno forte, meno “meritevole” e che, spesso, è più intelligente, più forte e più meritevole.

I Californiani, arricchitisi nell’accumulo di terre che non coltivano con le loro mani, richiedono forza lavoro da lontano ma poi scelgono, con dura consapevolezza, di non integrare nel proprio Stato coloro che vi si vogliono stanziare. Nascono baraccopoli ai margini delle città, campi autogestiti dai nuovi venuti; si crea una separazione, si ghettizza. Vi ricorda qualcosa?

Poi, nel silenzio e nell’incomprensione, nel disprezzo e nel terrore, comincia a serpeggiare la frustrazione, la tristezza aspra e senza lacrime, il dolore nel rifiuto di una dignità. Ed è così che nasce il furore.

 

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