Libertà di parola, libertà di creare

Teatro Dal Verme, 12 gennaio. Il primo dei tanti incontri che saranno organizzati dai curatori della prossima manifestazione letteraria milanese di aprile, Tempo di Libri, una novità per la città e per tutti gli appassionati in Italia. A definirne il percorso verranno usate le lettere dell’alfabeto, un tracciato semplice e lineare che apre tuttavia le porte ad altre intense considerazioni.

Nel freddo dell’inverno si è scelto di iniziare dalla lettera D che sta per Dissidente. Il periodo, del resto, pare quello giusto e la tematica è di un’attualità indiscutibile.

Nell’atrio del teatro il numero delle persone aumenta sempre più; controllo l’ora e considerato l’anticipo mi avvicino a un gruppetto di tre persone tra le quali spicca una donna dai capelli mossi, affascinante e sinuosa: è Pinar Selek, sociologa turca, scrittrice ed esule dal suo Paese dal 2009; oggi vive a Nizza. Mi presento e cominciamo una piccola conversazione in un inglese sbocconcellato. Le dico che oltre a scrivere per una rivista letteraria mi occupo anche di immigrazione e lei sorride, dice che è una buona cosa, mi stringe le mani e sposta un ciuffo di capelli dalla mia fronte. La sua fisicità e quasi materna e spiazzante ma fa sentire accolti.

È arrivato il momento di spostarsi tutti nella Sala Piccola per assistere all’evento. Disposti a semicerchio, palleggiandosi un microfono e introducendo la serata ci sono la stessa Pinar, il giornalista Lirio Abbate, l’Assessore alla Cultura del nostro comune, Filippo del Corno, la ricercatrice esperta di Turchia contemporanea Lea Nocera, il direttore di Rai radio 3 Marino Sinibaldi e una delle curatrici più note della fiera, Chiara Valerio.

Si parla di “democrature”, democrazie con aspetti politici e sociali di tipo indubbiamente dittatoriale, dove libertà di espressione e parola vengono coartate da una repressione che non tenta nemmeno di nascondersi e che avviene tutti i giorni, alla luce del sole, in una paradossale legalità. Le opere dei grandi scrittori e pensatori turchi sono sempre state tacciate di una pericolosità intrinseca, capaci di dissotterrare controversie storiche in grado di ammantare di buio quello che vorrebbe essere considerata dai potenti del luogo una civiltà illuminata. Ma l’oscurantismo è permanente. Pinar associa la dissidenza alla parola resistenza, allargando i concetti oltre i loro stessi confini per coinvolgere la solidarietà internazionale. Il suo francese è strabordante, la sua voce forte e chiara, i suoi gesti immensi, “Tutto il mondo è nella merda e sarà sempre peggio ma non si può prescindere dalla solidarietà per resistere e creare”; questa donna nel 1998, a causa della sua attenzione per le minoranze etniche presenti nella sua terra, è stata arrestata e torturata, vivendo una prigionia tesa a rompere il filo della sua anima. Eppure ha resistito, non ha ceduto e ora è qui poco distante da me e sorride di un sorriso consapevole, grandissimo, triste ma anche colmo di speranza.

Ora però è il momento del collegamento via Skype con la protagonista di questo incontro. Sul lattiginoso biancore di un proiettore appare l’immagine di Aslı Erdoğan, giornalista e scrittrice nata a Istanbul, arrestata nell’agosto 2016 a causa di quattro capi di imputazione tra cui, quello ancora valido, di propaganda terroristica. Asli è stata in carcere 136 giorni per aver firmato, con altri colleghi, una petizione solidale e di consulenza a favore di uno dei più noti giornali filo-curdi; come per Pinar prima di lei, l’accusa sottostante è quella di essere a favore del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il così detto PKK, associazione che il governo di Ankara ritiene terroristica da tempo.

Asli è bella, scura di capelli con occhi penetranti; tiene una mano a sorreggere il collo in un gesto di stanchezza. Le hanno ritirato il passaporto e non può lasciare il Paese in attesa delle prossime udienze; sa che il suo periodo di carcerazione non è stato particolarmente lungo per i canoni della Turchia ma ogni giorno è stato vissuto da lei con dolore profondo, sapendo che si trattava di un giorno tolto ingiustamente alla sua vita, per un gesto di coscienza e solidarietà. Era in cella con 20 donne che per lei sono state fonte di ristoro, come tutte le lettere di sostegno ricevute dall’esterno, da amici e parenti.

Sente che nella sua vita si è creata una macchia nera e sa che per affrontarla dovrà scrivere, trasporre le immagini della mente su carta perché è l’unico modo che ha per esistere e resistere. Non ha intenzione di piegare il capo al silenzio, continuerà a raccontare le ingiustizie perpetrate nel suo Paese perché sente che questa è anche una sua responsabilità nei confronti di chi non ha modo di parlare.

Pinar e Asli si conoscono da anni e si sono supportate a vicenda quando il male toccava l’una o l’altra; sono donne forti ma di una forza diversa, una più tenace, l’altra più sofferta. Sono amiche legate da esperienze tragiche che hanno dato linfa vitale alla loro scrittura.

Quando Asli deve andare, il collegamento viene chiuso su uno scrosciare di applausi; corro ad abbracciare Pinar e mi faccio fare una dedica in turco sul suo libro appena acquistato: mi augura una buona vita e che sia grande come il mio sorriso. Con una carezza ci salutiamo.

Il libro di Pinar Selek si chiama “La maschera della verità”  (Fandango Libri) ed è una sorta di memoir volto a descrivere la sua graduale formazione nell’autoconsapevolezza che il suo mondo era ed è attraversato da ferite inguaribili; affronta la tematica scottante della minoranza armena e di quanto ha scoperto fosse stato cancellato negli anni successivi al massacro del 1915. Un testo breve ma duro e potente.

L’unico libro tradotto in italia di Asli, invece, è “Il mandarino meraviglioso” (Keller Editore), una raccolta di racconti profondamente autobiografici, pensieri, considerazioni e flussi di coscienza scritti durante il periodo di lavoro al CERN di Ginevra, periodo buio e infelice che traspare dalle pagine nel nero dell’inchiostro. Già a 25 anni Aslı Erdoğan provava tormenti interiori e una grande tristezza, un inconsolabile senso di perdita e angoscia e una nostalgia tinteggiata di rifiuto verso la Turchia, già allora, già in gioventù.

Quanto è massacrante provare disprezzo e rabbia per un Paese da cui vorremmo scappare e che nonostante tutto tentiamo di amare? Quanto è difficile lottare per la speranza? Quanto è sbagliato grattare le unghie su un muro che ci impedisce di essere liberi?

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