La memoria come progetto letterario: “Gli anni” di Annie Ernaux

Vincitore del Premio Strega Europeo 2016, questo libro mi ha lasciato in verità perplessa. Così come accade spesso con una lettura che produce sostanziale indifferenza senza che per questo sia da classificare tra quelle che non sono piaciute affatto, inevitabili sorgono i dubbi sul perché di tale sensazione.

Annie Ernaux, scegliendo di raccontarsi in terza persona, così descrive il progetto del suo libro, quasi come un manifesto di intenti: “Vorrebbe unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla sua nascita durante la Seconda guerra mondiale fino ad oggi. L’esistenza di un singolo individuo, dunque, ma allo stesso tempo fusa nel movimento di una generazione.”

Ed è proprio questo che fa l’autrice. Adottando un interessante escamotage, trasforma la classica autobiografia in un percorso per immagini, fotogrammi, parole, gesti, attraverso i quali rappresenta la propria vita, scaglionata dall’immediatezza dei cambiamenti fisici che nascondono nemmeno troppo velatamente anche quelli più profondi, psicologici. Attorno a questa sequenza vengono affrescati quasi 70 anni di storia in una scrittura piacevolmente sublime, svelta, fluida ed elegante.

Tuttavia sembra che questo libro parli solo ad una generazione e ad una nazione, le stesse della Ernaux appunto, con un’intimità colloquiale, un certo nichilismo ed una crescente sensazione di vuotezza che finisce quasi con l’escludere i restanti lettori, i quali non possono che restare ad osservare un tempo narrato che passa con velocità o al rallentatore a seconda dei momenti e dei fatti a cui dare più evidenza.

Questa “sensazione palinsesto”, così definita dall’autrice, vuole probabilmente essere un omaggio alla memoria pura, ai ricordi che portiamo dentro sin dall’infanzia e che colorano le nostre esistenze. Annie Ernaux sente chiara l’esigenza di scriverne, di trasferire su carta eventi propri o vissuti dalla collettività, spingendosi qualche volta a narrare fatti di risonanza mondiale ma trattenendosi all’interno dei confini di ciò che le è noto, di ciò che ha potuto constatare personalmente.

Permane il senso di distacco tra chi legge e quanto letto ma proprio tale fattore porta a riflettervi con attenzione. Vi consiglierei comunque di provare l’esperienza per poi cercare di rispondere alla domanda: “Cosa mi ha trasmesso questo libro?”

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