L’uomo è finito ma la letteratura no. “Viaggi nello scriptorium” di Paul Auster

Un uomo siede in una stanza bianca. Non ricorda nulla del suo passato, di quel passato che ci permette di definirci e ci ricorda chi siamo, la mattina quando apriamo gli occhi e prendiamo le prime boccate d’aria. Quest’uomo, per semplicità, lo chiameremo Mr. Blank.

Una macchina fotografica scatta continuamente immagini e un registratore fissa su nastro tutti i suoni. Sugli oggetti ci sono delle etichette che riportano il nome dell’oggetto: sulla lampada c’è scritto “lampada”, sulla scrivania c’è scritto “scrivania”, tanto che non sappiamo se l’uomo riconosce la scrivania perché vede l’oggetto o perché legge l’etichetta che gli ricorda come chiamarla. Una condizione terribile, questa di Mr. Blank. Non sa dove si trova, se la stanza appartenga a un albergo, a un ospedale o a un manicomio. E poi c’è quel dubbio logorante al quale sembra impossibile trovare una risposta: la porta è chiusa a chiave? Da dentro o da fuori? Non sa, in fondo, se è libero o no di uscire. Le persone che entrano gli parlano con disinvoltura. Dovrebbe riconoscerle ma così non è. E poi c’è il manoscritto su quel piano che l’etichetta gli ricorda chiamarsi “scrivania”. Costante nell’opera di Paul Auster, la storia dentro la storia è enigmatica quanto la cornice che la contiene. La vicenda del manoscritto è ambientata nella prima metà dell’Ottocento in un paese molto simile all’America ma che l’America non è. Protagonista è Sigmund Graf, inviato dalla Confederazione nei Territori alieni alla ricerca del suo amico Ernesto Land, probabilmente colpevole di aver tradito la patria.

Ma Paul Auster la sua patria, l’umanità intera, non la tradirà mai. E per capirlo basta vedere con quale destrezza giochi con la letteratura e le sue varie componenti. Gioca con le parole con la stessa facilità con cui i bambini tirano calci al pallone. La letteratura gli appartiene come una casa dopo aver pagato quarant’anni di mutuo. Perché le persone che entrano nella stanza in cui si trova Mr. Blank sono i suoi personaggi e Mr. Blank è lui, Paul Auster, che dopo anni e anni di storie sente il bisogno di fare i conti con i propri personaggi, con uomini e donne di cui ha determinato l’esistenza, la gioia e il dolore. Sa, però, che lui è finito ma loro – i suoi personaggi – non lo sono. Così si è inserito in quella stanza e in qualche modo ha subito la violenta vendetta di Anna (protagonista del romanzo “Nel paese delle ultime cose“) e tutti gli altri, indecisi se amarlo o odiarlo. Lo ha fatto nell’illusoria speranza di sconfiggere la propria debolezza, di valicare i propri confini. Parla di questa tematica – logorante e devastante per chi scrive e per chi legge – con una narrazione che non saprei se definire tipica del noir, del giallo o del thriller. Ciò che è certo è che “Viaggi nello Scriptorium” – romanzo che ha dato il nome alla rivista su cui questo articolo è pubblicato – è un libro teso, affascinante, scritto magistralmente. Paul Auster è uno dei più grandi narratori del nostro tempo e uno dei più grandi interpreti delle nostre inquietudini.

E a proposito di inquietudini, c’è un contrasto  che trapela: se lo scrittore ha potere assoluto su vita e morte dei suoi personaggi, tanto che coloro che visitano Mr. Blank vengono trattati come militari, certo non ha lo stesso potere sulla sua vita. Paul Auster, d’altra parte, è il grande cantore – oltre che della Grande Mela – del caso e del suo rapporto con la volontà. Negare il caso è da folli, dice spesso. Ed è forse questa una seconda ragione per cui la letteratura batte la vita. Infinitezza vs fugacità, armonico controllo vs il caos. Letteratura 2 – Vita 0. Ma il risultato è sbagliato, perché letteratura e vita stanno dalla stessa parte, sono la stessa cosa. Non dobbiamo dimenticarcelo mai.

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