La linea sottile tra realtà e finzione. “Inganno” di Philip Roth

Quando l’inverno avanza, la nebbia nasconde la vastità della pianura, l’Inter arranca a metà classifica, sento l’invincibile bisogno di estrarre dalla libreria un libro di Philip Roth, che considero il toccasana ideale per alleviare i patimenti dell’anima.

La scelta questa volta è ricaduta su Inganno, anche perché mi ha provocato una sorta di tenerezza, a vederlo lì, smilzo smilzo in mezzo ad altri volumi più corposi che lo comprimevano da ambo i lati.

Va subito detto che si tratta di un’opera particolare, che presenta un preciso tratto distintivo nella produzione rothiana.

Pur presentando tematiche ampiamente ricorrenti nelle più importanti opere dell’eterno quasi Premio Nobel, dal sesso alla crisi del matrimonio, senza trascurare la condizione degli ebrei nella società, la trama non si svolge mediante la narrazione di accadimenti, ma si snoda attraverso i dialoghi tra due amanti, che avvengono in occasione dei loro incontri clandestini. Anzi, a ben vedere, si tratta quasi di una di sorta di intervista/interrogatorio che lui, un cinquantenne scrittore americano trapiantato a Londra di nome Philip (ricorda qualcuno?), decide di sottoporre a lei, una trentenne inglese, bella e colta, che, disgustata dal proprio matrimonio, ha imboccato con decisione la strada dell’isteria.

Ovviamente il registro si mantiene elevato, come si addice al sempre considerevole livello culturale dei personaggi di Roth. Mai una sbavatura nei dialoghi, una sciatteria, una parola fuori posto. Tutto così pulito e perfetto da apparire irreale. È questa la forza, e a volte il limite, del grande romanziere americano: una scrittura così limpida è una delizia per il lettore ma, se esasperata, rischia di assomigliare a un esercizio di stile, a discapito della genuinità dei personaggi, che sembrano indossare in ogni situazione uno smoking bianco.

Per quanto i dialoghi siano in ogni caso interessanti e ben confezionati, ad un certo punto l’opera pare stentare a decollare rimanendo un po’ appiattita sullo schema di base. Ma proprio quando il lettore comincia a chiedersi dove Roth voglia andare a parare ecco l’intuizione brillante: in un sapiente intreccio tra realtà e letteratura, la moglie del protagonista rinviene il manoscritto sul quale sono annotati tutti i dialoghi riportati nel libro. Ovviamente scatta l’accusa di adulterio, alla quale il protagonista risponde che si tratta semplicemente di una bozza del suo prossimo romanzo. Tutta finzione letteraria, insomma. Ma è davvero così, oppure i dubbi sull’integrità mortale dello scrittore sono fondati?

Il mistero non resterà insoluto, ma ovviamente non anticipiamo nulla per evitare un odioso spoiler.

Considerata la peculiarità della struttura narrativa è un’opera non consigliata a tutti, ma solo a coloro che ritengono che vada letto tutto ciò che Roth ha scritto, senza se e senza ma.

Io sono uno di questi.

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