Quel rigore che ha determinato il destino della Jugoslavia

Gigi Riva, giornalista de l’Espresso, si è occupato spesso della situazione nei Balcani, seguendo in prima linea tutte le vicende che hanno portato alla dissoluzione di un mondo nel giro di pochissimi anni. Con l’ultimo suo libro, L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra, Riva narra di un particolare episodio sportivo al quale è stato dato nel tempo un significato che supera il raziocinio.

1990, estate: a Firenze si disputano i quarti di finale del Mondiali Italiani tra Jugoslavia e Argentina, quella di Maradona, per intenderci. La partita è interminabile e accaldata ma vede in netta superiorità la Nazionale della Federazione che, seppur ridotta a 10 membri per un’espulsione probabilmente ingiusta, sembra tenere il campo in pugno. Ma si arriva comunque ai rigori e al tiro “fatale” che fa da fulcro a questa vicenda. Faruk Hadžibegić, serbo, capitano e strenuo difensore, si avvicina alla palla con in testa mille pensieri che non vorrebbe avere; la sua patria, la sua terra di cui porta con orgoglio i colori sul petto, unita fino a pochi anni prima da una Costituzione apparentemente inespugnabile adatta a far collimare etnie, popoli e religioni in un contesto assai complesso, sta vedendo la fine dei suoi giorni. Faruk non vuole ancora credere alle voci che girano, al razzismo sempre più intenso che si esprime anche negli stadi, tra Croati e Serbi, hooligans politicizzati che non pensano nemmeno più tanto allo sport ma solo all’indipendenza, al secessionismo e alla superiorità delle genti di appartenenza. La Nazionale è ancora sfaccettata, rappresentativa di tutti ma sotto una pressione enorme da parte dei nuovi leader politici che chiedono all’allenatore Ivica Olim, uomo tutto d’un pezzo, di far giocare alcuni ragazzi al posto di altri.

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E quindi, quando calcia il pallone, non pare così assurdo che Faruk sbagli, infrangendo un sogno e sentendosi avvolgere da un senso di colpa che non lo abbandonerà mai. Negli anni, diverrà una triste abitudine sentirsi ripetere da connazionali o ex concittadini la frase “Ah se avesse segnato quel gol, signor Hadžibegić…”: forse si sarebbe arrivati in finale e la Jugoslavia del tempo, forte di giocatori audaci e preparatissimi, avrebbe potuto vincere infondendo nuova speranza e nuovo senso di appartenenza a chi la osservava da Belgrado o Zagabria.

Così non è andata, come sappiamo, e il crollo della Federazione ha visto una delle più feroci guerre del secolo scorso combattuta tra vecchi vicini di casa, vecchi parenti, attraverso i cecchini, stermini di massa e distruzione. E tra chi imbraccia le armi ci sono soprattutto gli ex tifosi delle squadre di campionato, già feroci e ora sanguinari.

Saranno molti i giocatori che perderanno il senso di una Nazione alle spalle, come lo stesso Faruk o il compagno Savićević, mentre altri sceglieranno i nuovi nazionalismi pro secessione, facendosi portabandiera della politica di casa: i più noti a noi italiani sono stati il croato Boban  e il serbo Mihajlović.

Il breve ma intensissimo libro di Gigi Riva è costruito alla perfezione, come una squadra di calcio ben piazzata in campo e rivela tutte le sfumature e le contraddizioni di un periodo ancora vicinissimo, dietro l’angolo del nostro passato storico.

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