Una meravigliosa storia intensamente triste, “L’urlo e il furore” di Faulkner

Iniziando L’urlo e il furore di Faulkner, in lingua originale e senza peraltro conoscere la trama, pare di finire dentro un turbinio di pensieri e parole incoerenti; ci si sente smarriti, quasi impotenti nel tentativo di comprendere il racconto.

Faulkner ha diviso il suo libro in quattro capitoli con scansione temporale, indicando una data ben precisa all’inizio di ognuno. Tuttavia, almeno per quanto riguarda i primi tre, la fissità del tempo come successione logica di passato, presente e futuro, perde completamente valore e ad essa l’autore sostituisce i movimenti dei ricordi, le elucubrazioni dell’anima, i momenti richiamati dalle sensazioni.

La famiglia Compson é un amalgama di personaggi complessi ai quali Faulkner dà voce in diversi modi, scegliendo di trattenerne alcuni sullo sfondo e ponendone altri in primo piano, come voci narranti.  Non è un caso che ad emergere più di tutti siano i tre fratelli maschi, Benjamin, Quentin e Jason, tre personalità nelle quali l’autore sembra immergere se stesso, diventando il figlio ritardato dal flusso di coscienza ininterrotto e tortuoso, quello depresso e introverso incapace di vivere serenamente e, da ultimo, quello cinico e sarcastico, arrabbiato con il mondo.

Al centro della narrazione sempre diversa dei tre fratelli spicca la figura di Caddy, la sorella ribelle, intelligente ma troppo audace con gli uomini, uno spirito libero che si trova poi incastrato dalle convenzioni dell’epoca, dall’emarginazione sociale, dall’abbandono totale degli affetti. Per Benjamin, incapace di esprimersi, l’immagine di Caddy diventa nella sua mente colorata e profumata ed è grazie alle capacità di Faulkner che noi lettori riusciamo a vedere cosa pensa un personaggio altrimenti muto. Quentin vive per la sorella e soffre ogni qual volta la vede perdersi dietro ai corteggiamenti di un uomo, in un misto tra ribrezzo, dolore e gelosia per la purezza di lei. Jason sembra il più concreto di tutti, acido, brutale nelle sue battute, incurante quando ferisce i sentimenti della madre sempre stanca e insofferente, una madre che, nonostante ciò, stravede per lui considerandolo l’unico baluardo di normalità in una famiglia disintegrata.

E Faulkner, immedesimandosi nei suoi personaggi alla perfezione, tramite loro racconta anche  degli Stati Uniti del sud dei primi 30 anni del ‘900, del razzismo latente, delle famiglie allargate, dei paesaggi paludosi, della parlata strascicata della gente di colore che ancora si prende cura dei bianchi, della crisi economica in arrivo, dell’alcolismo del Sig. Compson, un padre che, caraffa in mano, spunta nella narrazione con elargizioni di blanda saggezza, rimanendo figura debole fino a scomparire del tutto.

Nell’ultimo capitolo l’autore indossa, per la prima volta, le sue vesti proprie e ci dipinge il quadro di una casa buia, abitata da soggetti chiusi in una solitudine tremenda, tenuti assieme da un legame di sangue sfilacciato, rancori, litigi, disperazione. La vecchia cuoca nera Dilsey assume, qui, un ruolo preponderante e, attraverso i suoi movimenti, le sue parole e i suoi dialoghi, noi lettori siamo in grado, infine, di ricostruire con precisione tutti i filoni narrativi creati da Faulkner, mettendo a posto il puzzle di memorie e ricordi dei protagonisti e giungendo alla conclusione di uno dei romanzi corali americani di più grande spessore. Una meravigliosa storia intensamente triste ma unica.

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