Come diventare grandi scrittori secondo Giuseppe Pontiggia

Giuseppe Pontiggia (Como 1934 – Milano 2003) è uno dei maggiori scrittori e critici del secondo novecento italiano, ma è conosciuto anche all’estero. Alcune delle sue opere più pregnanti e innovative sono La morte in banca (1959), Vite di uomini non illustri (1993), Nati due volte (2000).

Il libro di cui vi parlo oggi, “Dentro la sera – Conversazioni sullo scrivere”, (casa editrice Belleville-La Scuola) nasce dalla volontà degli editori di raccogliere le meravigliose conversazioni sullo scrivere che Giuseppe Pontiggia tenne, su invito di Aldo Grasso, nel programma “Dentro la sera” di RAI-Radio Due. Il libro infatti è accompagnato da un CD audio in cui troviamo le registrazioni vere e proprie di queste conversazioni. Anche se le conversazioni sono trascritte la presenza del CD non è superflua in quanto l’ascolto, nonostante io stessa ami molto leggere, non solo rende meglio l’idea di quanto Pontiggia fosse animato, eccitato ed ispirato parlando di scrittura, ma esplicitano la sua abilità nel parlare, nel comunicare in modo semplice dei concetti complessi anche nell’improvvisazione, condizione necessaria per una trasmissione radiofonica. Consiglio quindi altamente di ascoltare il CD, magari accompagnandolo alla lettura.

La maestria di Pontiggia nel trasmettere oralmente i concetti, nell’entrare in contatto con i suoi ascoltatori, l’entusiasmo sincero e umile con cui parla è direttamente proporzionale alla bellezza della scrittura nei suoi libri ed è proprio questo che Pontiggia vuole dirci, ovvero che la scrittura non è qualcosa di innato, che qualcuno può fare e qualcun altro no in modo del tutto casuale, ma dipende da moltissimi fattori, da quelli più pratici e intuibili come il livello di alfabetizzazione a quelli meno scontati come l’impostazione mentale, il rapporto che abbiamo con le persone e la società, la cultura in cui siamo immersi, l’occhio più o meno critico con cui guardiamo e giudichiamo gli eventi.

In questie conversazioni troviamo dei consigli pratici per scrivere efficacemente e per farlo Pontiggia ci da moltissimi esempi sia in positivo che in negativo. Ci dice come usare gli aggettivi, quanto sia importante l’assegnare i giusti nomi propri ai personaggi e sopratutto quanto sia importante lasciarsi vivere dal libro che si scrive, quanto i personaggi devono quasi assumere una propria esistenza, sfruttando la potenza del patto narrativo e del mondo di finzione per fare immergere autore e lettore in un mondo altro, realistico o meno ma pur sempre evasivamente diverso al nostro ed evitare che nasca nel lettore quello che Pontiggia chiama il “pregiudizio realistico”.

Scrivere è scoprire quello che accade sulla pagina…scrivere è inventare, nel senso di invenire, cioè trovare, trovare quello che non si sapeva esistesse e che magari abitava dentro di noi”

Ci parla poi in modo più specifico dei sinonimi, del fatto che uno scrittore debba essere sempre consapevole della differenza che intercorre nell’utilizzo di una parola rispetto ad un’altra, in quanto può avere un effetto totalmente diverso. La differenza, ad esempio tra casa e abitazione a uno scrittore o un lettore comune può sembrare irrilevante, mentre casa ha una connotazione familiare, abitazione più oggettiva, burocratica. Poi l’uso efficace della lingua con le sue affascinanti origini nella retorica greca, con esempi mirabili della letteratura, da Kafka a Machiavelli, come riescano a catturare da subito il lettore con semplicità, esaustivamente ma senza pedanteria. Ci parla dell’uso dei nomi e dei pronomi, di quanto siano stati importanti in romanzi come Madame Bovary, I promessi Sposi, Delitto e Castigo e Anna Karenina, illustrandoci e analizzando in modo magistrale i passi più affascinanti di questi capolavori, in un viaggio unico e mai tedioso nella letteratura mondiale.

Al di là dei grandi romanzi anche Pontiggia ha una spiccata capacità di farci esempi pratici e divertenti, come parlando dell’aggettivazione ci dice che talvolta togliere è meglio che aggiungere, cielo è meglio di cielo azzurro perché il cielo è già azzurro a meno che non si specifica che è coperto dalle nuvole, la “felicitià” è una condizione assoluta, esprime la pienezza di una gioia interiore, non ha limiti, è la felicità dei bambini o degli innamorati. Se diciamo “molto felice” suggeriamo che ci possano essere dei gradi di felicità e non è altrettanto efficace come dire semplicemente “felice”. Oppure, parlando degli aforismi e frasi ad effetto, cita un suo saggio su Borges che terminava così: “due sono, ogni anno, i premi Nobel della letteratura: uno è quello che viene assegnato al vincitore, l’altro è quello che non viene assegnato a Borges.”

Il punto intellettualmente più alto di queste conversazioni Pontiggia lo raggiunge nella Conversazione 4, in cui spiega l’importanza del calibrare l’uso delle parole, in quanto talvolta omettere uno o più termini non significa privarli al lettore ma anzi dare la possibilità di comprendere in modo più ampio ma sopratutto più veritiero quello che veramente lo scrittore vuole trasmettere. L’allusione è un mezzo molto potente, mentre il linguaggio troppo specifico ci mette su un unica strada costringendoci necessariamente e magari anche controvoglia a pensare a una sola realtà, quando invece compito dello scrittore è mantenere nel lettore viva la curiosità, ampliandone l’immaginazione e rafforzando e creando un rapporto di fiducia tra autore e lettore. I due esempi che Pontiggia ci presenta sono divertenti ed illuminanti ed è con questi che vi lascio, incitandovi a leggere questo libro perché, proprio per la brevità dei singoli capitoli, essi sono molto intensi, ricchi di spunti imperdibili, sia per gli aspiranti scrittori che volessero entrare appieno in un mondo tutto loro di finzione, ma anche per chi, grazie alla scrittura, volesse intensificare il proprio rapporto con la realtà.

Una volta avevo sentito alla radio uno scalatore di valore cui avevano chiesto che cosa aveva provato aprendo una nuova strada in alta montagna. Lui aveva detto: – Una sensazione sublime, mi sono sentito vicino a Dio, vicino all’anima del mondo, al centro del cosmo… una sensazione ineffabile -. Francamente, a sentirlo capivo che dietro queste parole non c’era la sua esperienza di scalatore, ma il ricordo delle letture scolastiche edificanti. Queste letture si erano sedimentate a tal punto in lui che mentiva sinceramente. Quest’uomo non ricordava più, quest’uomo ripeteva, aveva il ricordo delle parole con cui l’aveva raccontata le altre volte. […] invece mi avevano colpito le risposte che aveva dato il grande scalatore Messner che era riuscito a salire sull’Everest, a 8.888 metri senza bombola di ossigeno. Appena tornato un intervistatore gli chiese: – Che cosa pensavi esattamente quando sei arrivato sulla cima? – Messner non rispondeva, e dopo l’insistenza dell’intervistatore si concentrò e gli ha detto: – Ero molto stanco – è una risposta di una precisione impressionante, di una verità piena di significati, […] una stanchezza infinita che, per un uomo di tale coraggio, era anche un’ammissione di debolezza.

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