Struggente e malinconico, “Amore” di Inoue Yasushi

Di Inoue Yasushi (1907 –1991) abbiamo già parlato a proposito della sua opera probabilmente più conosciuta in Italia, “Il fucile da caccia” (trovate la recensione qui). Oggi ci vogliamo invece soffermare su “Amore”, pubblicato per la prima volta in patria nel 1959, che presenta forti analogie con l’opera sopra citata: stesso editore (Adelphi), stessa collana (Mini) e stessa struttura: tre racconti brevi che trattano tematiche simili.

Ma, a differenza de Il fucile da caccia, che presentava un titolo che poteva risultare fuorviante, in questo caso non vi è spazio per equivoci di alcun genere. Il titolo instrada infatti correttamente: l’amore, che assume una profonda connotazione struggente e tormentata, come impone la consolidata tradizione giapponese, rappresenta senza dubbio il filo conduttore di questa raccolta.

Il velo di tristezza che permea l’opera non sorprenderà il lettore: chi ha più o meno la mia età ricorda certamente che l’amore rappresentato nei manga, da Georgie a Lady Oscar, non presenta affatto le caratteristiche di un sentimento melenso e sdolcinato, ma è una forza devastante in grado di provocare enormi patimenti ai personaggi.

La metafora del viaggio

Nel primo racconto, il giovane sposo Uomi decide di portare in viaggio di nozze la novella moglie a Kyoto, dove ha trascorso gli anni universitari. C’è un luogo in particolare, il Ryōan-ji, che continua ad esercitare una particolare forza attrattiva sul protagonista, perché proprio lì si sono verificati episodi importanti nella sua vita. Il Ryōan-ji è un luogo davvero suggestivo e carico di simbolismo che ho avuto la fortuna di visitare: si tratta di un tempio che contiene un caratteristico giardino zen, nel quale sono disposte quindici pietre in maniera singolare. Stando seduti sulla veranda, da qualsiasi punto si guardi non si possano vedere tutte le pietre contemporaneamente, in quanto una sarà sempre nascosta. Tradizionalmente si ritiene che solo raggiungendo l’illuminazione si possano vedere tutte insieme.

Nel secondo racconto, Shunkichi, rimasto vedovo, ricorda un viaggio effettuato un paio d’anni prima con la moglie Kanako, grazie a una somma di denaro vinta da quest’ultima. Quel viaggio rappresenterà l’emblema di una vita condotta con estrema parsimonia, ai limiti della spilorceria.

Infine nell’ultima novella, il protagonista Sugi si reca in una località costiera con l’intento di porre fine alla propria vita gettandosi da una scogliera. Il disonore legato ad operazioni finanziarie azzardate e illegali è un fardello troppo pesante da sopportare. In un albergo Sugi incontrerà Nami, animata dallo stesso proposito. Riuscirà il paradossale incontro a scombinare i piani di entrambi? Il tema del viaggio è presente in maniera significativa in tutte le trame, ed assume una connotazione metaforica di un doloroso percorso interiore dei personaggi, che saranno costretti ad affrontare impietosamente il proprio passato e a fronteggiare le conseguenze delle proprie scelte.

Un tocco vellutato

Personalmente considero “Amore” un’opera superiore a “Il fucile di caccia”, perché è in grado di pizzicare le corde del lettore con un tocco più vellutato. Questa lettura rafforza la convinzione che Yasushi Inoue meriti un posto di assoluto rilievo nella letteratura giapponese.

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