Biografie di personaggi non illustri

Gli otto splendidi capitoli di Vite Minuscole di Pierre Michon racchiudono, come gioielli grezzi, storie destinate all’oblio, storie di uomini e donne che se non avessero avuto legami di parentela o rapporti passeggeri con l’autore, sarebbero scomparsi nel dimenticatoio, nel calderone dell’umanità.

Michon, utilizzando una tecnica narrativa peculiare, fatta di realtà frammista a immaginazione, tratteggia vicende di vita quotidiana, aventi come sfondo una Francia contadina, fatta di piccoli villaggi, orti e campi, profumi, fiori, grandi alberi, bettole dove potersi ubriacare, chiesette, cimiteri affollati di anime…

Nelle pagine del libro si scorge la personalità dell’autore stesso il quale, raccontando di altri, racconta pure di sé, dei suoi “blocchi dello scrittore”, della sua dipendenza da alcolici, sottane e barbiturici, della sua visione fatalista e fragile della vita, del suo rapporto combattuto con le proprie capacità. Definendosi un’imbroglione, un fanfarone, fermo con la penna in mano dinnanzi a pagine che non sa riempire, troverà poi la soluzione raccogliendo i frammenti e i fotogrammi di svariati personaggi, riportandoli alla luce.

“…possa la mia mano aver dato loro la facoltà di aderire nell’aria a una fugacissima forma dalla mia sola tensione creata; possano prostrandomi aver vissuto, in modo più autentico di come viviamo noi, quelli che a malapena furono e così poco tornano in essere…”.

Con tale proposito, allora, Michon ci fa conoscere, tra gli altri, André Dufourneau, orfano accolto dai genitori della nonna materna dell’autore, sognatore, viaggiatore, pronto a inoltrarsi nella giungla africana per scoprirsi vero “bianco” e per trovare la ricchezza. E ancora impariamo a immaginare la triste esistenza di Antoine Peluchet, figlio di contadini, cacciato di casa giovanissimo e scomparso nel nulla, rivivendo solo nel pettegolezzo, “nel sentito dire” di paese, e in una scatola della soffitta che racchiude i libri dove studiava da bambino. I nonni paterni di Michon ci vengono descritti come coppia un po’ male assortita, un duo di poverissimi vecchi che cercano, nonostante tutto, di portare sempre doni al loro nipote amato di un amore semplice e silenzioso, regali fatti di cocci e cianfrusaglie. Andando a scuola e diventando adulto, l’autore conosce i fratelli Bakroot, diversissimi tra loro, uno amante dei libri, l’altro, invece, ridanciano e sempre in corsa dietro alle femmine; due opposti che, pur dandosele di santa ragione, non possono vivere senza condividere un affetto viscerale. Il grandioso Padre Bandy, prete da motocicletta e sigaretta in bocca, elargisce parole elevate e infuocate di passione religiosa nelle sue prediche di paese per poi finire col dedicare la sua attenzione ai matti della clinica psichiatrica dove finirà Michon in uno dei suoi momenti di difficoltà.

Così, lo stesso scrittore che, prima del suo esordio nel mondo letterario con questo fulgido libro, sosteneva di svegliarsi ogni mattina posando una pagina bianca sulla scrivania, aspettando inutilmente che un dono divino lo ispiri, riesce a produrre un testo linguisticamente ricco e voluttuoso in grado di riscattare quelle che potrebbero essere le banalità di tutti i giorni, trasformandole in fotografie color seppia piene di sfumature.

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