La pace nella solitudine

Siete mai saliti in vetta? Avete mai visto da vicino un ghiacciaio? Io non ho mai avuto il desiderio di spingermi in montagna oltre i confini delle mie possibilità fisiche ma è accaduto che mi trovassi immersa, senza aver provato fatica, in una natura dell’oltre, spartana e limpida.

Mi sono arrampicata su una pietraia aiutandomi un po’ con le mani, per vedere da vicino i pertugi del ghiacciaio Fox in Nuova Zelanda, una lingua bianca e grigia che arriva fino all’Oceano; ho percorso in lungo e in largo passeggiate all’ombra del Cervino, su vecchie dighe e antiche rotaie d’altura, fermandomi a mangiare un panino accanto al torrente, scorgendo fugaci caprioli scomparire tra i massi alti; ho sentito la potenza della terra sotto i piedi, l’aria in faccia e il tempo fermarsi sugli altipiani islandesi.

Tutte queste sensazioni le ho provate in un punto dell’anima nascosta ai più, dietro le costole, in un luogo in espansione dove il respiro si faceva vero; in tutti questi luoghi ho sentito forte il richiamo della solitudine come ricongiungimento intimo con le asperità del mondo, austere e meravigliose.

Le otto montagne di Paolo Cognetti, libro stringato, asciutto nell’essenzialità di un utilizzo ponderato delle parole, senza orpelli e svolazzi ma, per questo, così ricco di poesia, mi ha ricordato di quei momenti passati in profonda connessione con me stessa e ciò che avevo attorno.

La storia dell’amicizia tra Berio e Bruno si dipana su 30 anni di vita in un andirivieni di incontri e distanze, un legame che stringe indissolubilmente due bambini fino all’età adulta, due personaggi che dialogano poco perché conoscono molto bene i pregi del silenzio, due personaggi che si ritrovano sempre all’ombra delle Alpi in un piccolo paesino lontano dalle masse.

Berio cresce con una madre attenta e un padre con il quale riuscirà a conciliarsi davvero dopo la sua morte, un padre richiamato dalle alture, in costante ascesa ai monti dei 4000 metri, un padre che continuerà a scarpinare in vetta anche da solo, quando vedrà il figlio disertare alla passione che sperava di coltivare con lui.

Un padre che gli lascerà in eredità un pezzo di terreno all’ombra di una parete di roccia, da dove spunta un rudere pronto ad essere ricostruito assieme a Bruno, l’eterno amico ritrovato dopo anni: una casa della riconciliazione.

Cognetti dà conto delle vite dei due uomini, la cui specularità rimane nascosta da scelte diverse nel gestirsi l’esistenza; tuttavia entrambi coltivano sin da piccoli un profondo amore per la solitudine, un desiderio di eludersi dal mondo, senza alla fine sentirsi in colpa per questo. Tenteranno di relazionarsi con la realtà quotidiana, permettendole di fare ingresso nel loro cuore ma niente è più forte di quella voglia di libertà nell’essere soli, in armonia con se stessi e in armonia con il tutto.

“Quel che dovevo proteggere, in me, era la capacità di stare solo. C’era voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farne un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene; eppure sentivo che tra noi il rapporto era sempre difficile. Così me ne andavo verso casa come riprendendo confidenza con lei.”

Tanti hanno scritto di montagna, partendo dagli esperti come Bonatti e Messner o  Krakauer in Aria sottile, agli storicisti del collettivo Wu Ming in Point Lenana; sono state tutte letture che ho apprezzato molto.  

Ma quando ho letto l’ultima pagina de Le otto montagne, una mattina di dicembre, ho pensato “Questo è un libro a cui ho voluto bene e che mi ha voluto bene.”

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