Il punto non è cosa succede dopo. L’amicizia tra Bernard Malamud e Philip Roth

Penso agli scrittori come un gruppo elitario di persone che hanno bisogno di conoscersi fra loro, di parlarsi, di confrontarsi – non soltanto per necessità. Perché le relazioni tra gli autori sono anche forme di dialogo e dimostrazioni di stima reciproca.

Il Migliore, il primo romanzo di Malamud, edito in Italia da Minimum Fax, si apre con un ricordo di Philip Roth. Le parole dello scrittore, che anche quest’anno ha sfiorato il Premio Nobel letterario, sono affettuose e profonde. Roth racconta il primo incontro con Malamud, non solo quello letterario (con il Barile Magico) ma anche quello avvenuto nel febbraio 1961, in Oregon. Dopo la prima stretta di mano, il rapporto si mantenne con una corrispondenza lontana e visite avvenute di rado (non più di un paio di volte all’anno).
Quando a metà degli Anni Sessanta Roth fu ospite per lunghi periodi nella colonia per artisti Yaddo e Saratoga Springs, nello stato di New York, andò a trovare Malamud e la moglie, Ann.
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Philip Roth
I loro incontri erano una fuga dalla quotidianità. Spesso, insieme, finivano per parlare di letteratura, ma evitavano di discutere o alludere alla reciproca produzione narrativa. Era «una regola non scritta vigente, così come nello sport tra i compagni di squadra rivali, che prende atto di quanta poca sincerità si sarebbe in grado di sopportare dall’altro, per quanto profondo possa essere il rapporto reciproco». Questo evitarsi a livello letterario era la forma più profonda di amicizia che i due potessero dimostrarsi. Perché quando accadde che Bern scrisse: «un problema tuo, non mio», riferendosi all’articolo La Venere di Urbino e L’uomo di Kiev, dove Roth prendeva in esame gli scrittori ebrei americani, l’opposizione si trasformò in orgoglio muto.
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Bernard Malamud
Dopo l’incomprensione, i due si rividero a Londra. E non impiegarono molto tempo a riconciliarsi. Roth scrive: «Nella nostra bramosia di essere i primi a perdonare – o forse a essere perdonati – finimmo per mancare la stretta di mano e per baciarci sulle labbra». Quello fu un incontro famigliare, amichevole molto affettuoso.
Le condizioni di salute di Bern peggiorarono però col tempo: colpa dell’ictus del 1982 e dell’intervento chirurgico con by-pass al cuore. Fu un pomeriggio triste, quello dell’estate 1985. Philip vedeva Bern spegnersi tra le chiacchiere in salotto: concentrarsi era diventato ormai faticoso.

«Mentre ci spostavamo nella veranda dietro casa per pranzo, Bern mi domandò se dopo mangiato mi avrebbe potuto leggere i capitoli iniziali della prima stesura di un romanzo. Non aveva mai chiesto prima la mia opinione su qualcosa a cui stava lavorando, perciò la richiesta mi sorprese» scrive Roth

Il manoscritto era un fascio di pagine meticolosamente dattiloscritte e pinzate insieme. I capitoli erano brevi e immersi in un brodo di parole. A Roth quell’inizio parve essere un inizio come tutti gli inizi. Quindi gli chiese cosa sarebbe successo dopo, Bern rispose: «Il punto non è cosa succede dopo». 
Il silenzio che seguì fu scomodo e furioso.
Malamud morì il 18 marzo 1986, tre giorni prima che cominciasse la primavera.
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