Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno. “Accabadora” di Michela Murgia

Non è una questione di giustizia, ma Maria sa che ci sono cose che non si fanno. Non basta che qualcuno ti chieda di essere ucciso, perché tu gli prema il cuscino sulla faccia. Non basta e non basterà mai. Perché, in fondo, quanto è labile il confine tra pietà e diritto?

Eppure, Tzia Bonaria, l’accabadora, ha accolto più volte le richieste di persone in fin di vita: le chiedevano semplicemente di rendere più veloce e meno doloroso il loro trapasso. Maria, «fill’e anima» di Tzia Bonaria (Maria, cioè, è stata adottata, nonostante i genitori siano vivi e vegeti), è giovane e bella. È la ragazza più intelligente di tutta Soreni, come non esita a ricordarle la Maestra Luciana. È intelligente, dicevamo, eppure la vita non la sa e sono tante le cose che non capisce. Quando finisce il lutto? Si chiede. Il nero serve a manifestare il dolore o lo nasconde? Ma ciò che più importa è che certe domande siano presenti e che turbino i suoi pensieri di ragazza. Crescendo, come facciamo tutti, bene o male abbandonerà queste domande giuste sostituendole con risposte sbagliate.

A Soreni – microcosmo capace di rappresentare il mondo intero – i sotterfugi e le menzogne si mescolano con gli affetti quotidiani, la meschinità delle persone è compagna inesorabile delle virtù. Non è un mondo finto, plastificato, quello che descrive la Murgia. Un mondo tanto semplice quanto realistico. Ma ciò che sorprende di più, non appena se ne acquisisce la consapevolezza, è che è semplice perché appare semplice al lettore, grazie a una penna tanto violenta quanto leggera.

La prosa della Murgia sa di grande letteratura. Leggendola mi vengono in mente la Ginzburg, Fenoglio, Elsa Morante. Non una parola messa lì per caso, non una sillaba dà l’impressione di essere superflua. Pochi libri hanno suscitato in me il desiderio di scoprire e leggere tutto ciò che l’autore ha partorito. Ricordo di aver provato uno stesso sentimento solo dopo aver letto “La strada per Los Angeles” di John Fante e “Il commesso” di Malamud. Ora mi toccherà leggere tutto ciò che ha scritto, in attesa di ciò che scriverà.

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