Il racconto dell’inquietudine di una generazione intera. “Memorie di una ragazza perbene” di Simone de Beauvoir

Lo sguardo retrospettivo che l’autobiografia appunta alla vita, sgorga da una consapevole eccezionalità, dall’appagarsi per una missione compiuta, per un appuntamento con se stessi al quale non si è mancati. Per il lettore “autobiografia” significa innanzitutto soddisfare la curiosità che l’immagine finale di una grande personalità immancabilmente suscita: ciò che per Simone de Beauvoir regala l’anteprima storica dell’audace filosofa esistenzialista, la femminista combattiva, compagna di Jean-Paul Sartre. Prima dei manifesti anti-sovietici, delle conferenze, delle campagne progressiste, c’è dunque il volto libero di una donna che ha voluto bruciare, scrive, “a qualsiasi fiamma”: un volto in divenire che queste memorie incidono a colpi di esperienze eccezionali, eppure necessarie e dovute – requisiti che un intellettuale non può non richiedere ad altri della sua stessa specie.

Il percorso porta innanzitutto il ricordo di una infanzia già spiritualizzata da un sentimento di superiorità: precipitata anzitempo nell’incomprensione da estremismi convulsi e dal rifiuto categorico per quelle parole della convenzione che già portano il retrogusto rivoltante dell’irrazionalità, la piccola Simone ha in germe l’intrepidezza contestataria della pensatrice, e il sano fanatismo che porta a repellere i compromessi. Ma ad avviarla a questo destino è proprio l’oggetto-simbolo del libro, e cioè l’intuizione di una realtà in cui le parole abbiano un peso specifico, una necessità irrinunciabile, dove soprattutto decadano le regole di comportamento, i “non si deve” e “bisogna” che scandiscono la vita sociale della sua famiglia. Sua compagna dalla più tenera età fino agli anni universitari e oltre, è la letteratura ad approfondire la graduale liberazione di Simone dall’ambiente alto-borghese della sua nascita, che ai bonbons e ai merletti affianca gravosi tabù e sciovinismi.

Mentre l’insegnamento settario che la sua classe impone non permette che senta mai, neanche lontanamente, il suono di un’altra campana, le lettere la istruiscono al torbido, all’inusitato, all’immaginazione: l’uno l’atterra al grigiore di una vita devota, ad un destino di sposa e di madre; le altre la innalzano agli splendori di realizzazioni superiori che prescindono tanto dalle discriminazioni sessiste, quanto dall’esistenza di un Dio contraddittorio e troppo astratto. Perciò dalla prima infrazione concessasi (le letture proibite), seguiamo Simone nelle giornate di studio titanico, entro l’aura polverosa delle biblioteche, per le volute di una maturazione solo in apparenza monotona e in verità fedele nel registrare gli sforzi disordinati ma volitivi di una coscienza non mediocre.

La sua giovinezza, spenta tra pagine uguali e diverse o autolesionisticamente dimenata tra un caffè e l’altro, si rende sì rappresentativa di un’inquietudine generazionale, nell’epoca di surrealismi e anticonformismi incipienti, ma è anche più semplicemente “Giovinezza”, la mia o la nostra, vacillante tra voracità di vita e ansia metafisica, felicemente illusa che amare le poesie di Cocteau possa essere una qualità dell’anima capace di distinguere o accomunare. Offrendosi a termine di identificazione, Simone ricorda che chiunque abbia conosciuto l’ebrezza di un voto fatto a se stesso, e dentro di sé abbia risolto di servire a qualcosa, possa definirsi un eroe, ma insieme ricorda come l’eroismo tanto si apparenti alla tragedia. Questa si nasconde nell’infinito collidere tra la ricerca della verità e l’umanissima ricerca della felicità, in un destino di solitudine nel quale si scopre riconfermata la propria eccezionalità ma uccisa reiteratamente ogni speranza di intesa e vicinanza. Tra queste pagine, giubilanti per i traguardi e le sfide rilanciate, sempre corre il rischio di una morte, una prostrazione mentale con cui l’uomo contempla il vuoto suo e dell’universo:

“Mi rifugiavo nelle navate laterali d’una chiesa per poter piangere in pace; rimanevo prostrata, la testa tra le mani, soffocata da aspre tenebre.”

Non esistono risarcimenti che la letteratura riesca a promettere, o una verità suprema che riempia gli anni svuotati dalla ricerca. Rimane soltanto quella ferrea volontà di vivere strenuamente rilanciata nel gioco d’azzardo che la mente intrattiene con se stessa… fino al suo termine.

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