Raccontare attraverso la fotografia si può. Intervista a Michele Battilomo

L’anno scorso, di questi tempi, accendevo la luce al mio banco in Università. Aprivo la prima enciclopedia italiana illustrata, Americana di Elio Vittorini, e al posto di amarne ogni singola parola – come avevo sempre fatto quando si trattava di testi vittoriniani – iniziavo a riflettere sul rapporto tra parola e immagine.

Qualche mese dopo finii per laurearmi con una tesi su Elio Vittorini, sull’uso che delle immagini ha fatto in uno dei suoi più celebri romanzi, Conversazione in Sicilia. E oggi sono ancora qui. Con la luce accesa alla mia scrivania, questa volta a casa. Scrivo a Michele, fotografo emergente, amico, e uno fra gli organizzatori di un Festival musicale di ultima tendenza, Frequenze Mediterranee. Una sua fotografia è stata recentemente scelta da DotART per un’esposizione permanente alla Dom Literatury w Lodzi, in Polonia.

Ha iniziato immortalando concerti e ora è un interessante fotografo di strada. Valorizza la sua regione, la Basilicata, curiosando con l’occhio multimediale nelle situazioni extracomunitarie di Matera: «Sono riuscito a entrare in un ghetto. Ne racconto i luoghi bui e inesplorati. È un percorso nuovo, richiede tempo» mi rivela.

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Lonely Boy Vol. I: Timothy, nonostante i 30 – interminabili – giorni di viaggio per raggiungere l’Italia, ascolta la sua musica. Nel nostro Paese, spera di trovare lavoro.

Quindi non c’è solo la Matera bella scavata nel tufo, la città neo-eletta capitale internazionale della cultura 2019, ma c’è anche una Matera invisibile che Michele racconta facendosi carico di temi caldi come l’integrazione e l’emarginazione sociale. Un progetto nuovo e unico. Da una fonte così sensibile alla cultura e all’arte non posso che ricavare preziose riflessioni.

Michele mi rilascia la sua prima intervista. Ed è un’emozione. Per me e per lui. Si comincia dal pensiero sul rapporto tra la letteratura e la fotografia, per arrivare a scoprire cosa succede quando Battilomo chiude gli occhi.

Clic.

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Lonely Boy Vol. II: Timothy

Una fotografia racconta una storia solo se accompagnata da una didascalia?

No, assolutamente: una fotografia basta guardarla, ed è già storia. Ognuno ha la possibilità di attribuire all’immagine una propria interpretazione, sta all’osservatore lasciarsi trasportare collegando l’immagine a qualcosa – un sentimento, un’emozione – che fa parte di sé. Per questo motivo il significato di una fotografia, che sia accompagnata da un testo oppure no, va sempre oltre la semplice osservazione.

Che ruolo ha la fotografia in un testo?

Una fotografia in un testo è come una colonna sonora in un film.

Si pensi al fotogiornalismo: senza il testo non riusciremmo mai a capire i processi politici e sociali legati a una determinata fotografia. Ugualmente in pubblicità, una campagna di marketing visiva perderebbe di senso in mancanza di una didascalia. La fotografia scandisce il ritmo di un testo, spesso ne risalta l’enfasi e ne facilita l’interpretazione.

Quanto è cambiato il rapporto tra narrazione e fotografia con Internet? Mi riferisco anche a piattaforme social come Instagram.

Dalla camera oscura a milioni di giga di files archiviati in hard disk. Da fotoromanzi a fotografie di würstel in spiaggia con innumerevoli hashtag diversi – ultima tendenza del momento.
Internet è croce e delizia dei nostri tempi. Siamo passati dal classico album fotografico allo Story telling social, il mezzo con cui ognuno ha la possibilità di raccontare la propria storia, o addirittura la propria vita. Prendiamo Instagram. È la piattaforma perfetta se l’intento è limitato all’interazione, al confronto, allo stimolo – non è un caso che oggi ci siano molti più talenti rispetto a vent’anni fa. Il problema, come in ogni situazione, è l’abuso. L’idea che tutto ciò che non è fotografato è perduto svilisce il senso di fotografia e racconto.

Parliamo di te. Come ti sei appassionato alla fotografia?

Sono un grande appassionato di musica, ma non sono un musicista. Quindi ho fatto della fotografia la mia musica. Ho iniziato a fotografare concerti, festival – e qui una menzione particolare va a Frequenze Mediterranee, un contenitore di musica di altissimo livello che tutte le estati organizziamo a Miglionico, un grazioso paesino medievale in provincia di Matera. Da qui sono arrivate le prime collaborazioni con alcune riviste nazionali: «Just Kids» e «Rockol», che mi hanno portato a fotografare palchi come lo Sziget Festival di Budapest.

Al momento ho deciso di cambiare prospettiva per dedicarmi a progetti personali.

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Lonely Boy Vol. III: Kabah viene dalla Costa D’Avorio, in Italia vorrebbe fare il meccanico. Ha un sogno: diventare calciatore.

Puoi dirci qualcosa di più?

Sì, certo. Ultimamente mi sto dedicando alla street photography. I chilometri che percorro a piedi li racconto con le mie fotografie. La mia compagna, anche lei fotografa, Pietro Moliterni, amico e fotografo professionista, hanno sempre una parola giusta e mi aiutano a trovare nuovi stimoli che interpreto attraverso i miei scatti.

Con la fotografia hai mai voluto raccontare una storia?
Attraverso la street photography, il mio intento è quello di cogliere le persone senza maschere, le scarpe consumate, l’intimità strozzata in una società caotica. Per me, questo è raccontare. 
Spero che a breve, mettendo insieme i pezzi, riuscirò a raccontare qualcosa che sia una storia.

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Lonely Boy Vol. V: Alex, nigeriano, suo padre fu vittima di un attentato terroristico. Oggi cerca lavoro in Italia.

A cosa pensi quando scatti una foto?

Osservo. Aspetto il momento. Compongo l’immagine. Quando scatto una foto non penso a nulla. Sono lontano da ciò che mi circonda. Sono concentrato su ciò che vedo e su ciò che immagino.

Quale fotografo, più fra tutti, ti ha raccontato una storia?

Raymon Depardon sicuramente è uno fra i miei preferiti, ma ce ne sono tantissimi. Non posso non nominare Matt Stuart, che ha raccontato una Glasgow Anni 80 come nessun altro; poi Alex Web, ma anche Ian Weldon, con i suoi reportage matrimoniali bizzarri.

Rispondere a queste domande, in un qualunque lunedì di ottobre, mi ha reso una persona felice.

Michele Battilomo lo trovate al sito http://www.michelebattilomo.com
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