Faccia a faccia con David Foster Wallace. “Come diventare se stessi” di David Lipsky

Lo ammetto: Infinite Jest ha cambiato il mio personale modo di approcciarmi alla lettura. È stato il primo libro di Wallace che ho letto e, nonostante le sue infinite pagine, l’ho terminato in due settimane. Mi ricordo ancora il mio stare accucciata sulle parole, l’odore del caffè che usciva dalla tazza che tenevo in mano, la sensazione tattile di sfogliare non tanto carta, ma qualcosa di viscerale, legato al mio inconscio; mi sembrava di sfogliare me stessa.

Il workshop

Dopo questa esperienza di colloquio mentale con un libro, ho deciso di vedere cos’altro avesse creato questo autore così pazzesco che finalmente avevo deciso di affrontare, prima dei 30 anni. E così ho scoperto La scopa del sistema, Considera l’aragosta, Qualcosa di divertente che non farò mai più Avrei potuto leggere ancora e ancora e ancora ma ho scelto invece di fermarmi e seguire un workshop su Wallace, tenuto dalla fantastica blogger https://lamcmusa.com/, qui a Milano alla libreria Gogol’. Sono stata accolta in un gruppo di persone che hanno più o meno vissuto le mie stesse esperienze rispetto alle opere suddette, alcuni con un bagaglio di letture più ampio, altri quasi nullo ma tutti alla ricerca di qualcosa che ci dicesse di più dell’uomo oltre che dello scrittore.

L’intervista di Lipsky

E così mi sono ritrovata tra le mani l’intervista di Lipsky pubblicata due anni dopo la morte di Wallace e commissionata dalla rivista Rolling Stones nel 1996, alla fine del tour di presentazione di Infinite Jest, appunto. Un incontro che è durato cinque giorni e che ha permesso a due uomini di annusarsi e dialogare e diventare amichevolmente complici in un brevissimo lasso di tempo; una conversazione vera, non tagliata, fatta anche di sospiri, interruzioni, sommesse reprimende a cani scodinzolanti, descrizioni attente dei luoghi.

Lipsky, pur mantenendo al centro dell’attenzione il successo che ha investito il romanzo, porta e si fa portare dal suo interlocutore verso tematiche più ampie, dalle discussioni riguardanti film, serie tv e musica, allo scambio di idee per nuove letture, alla necessità che il mondo della narrativa si adegui, come mondo artistico, alle esigenze del mondo moderno senza però perdere di senso. Wallace parla di sé con timidezza e sincerità, talvolta con imbarazzo ma sempre mantenendo viva l’attenzione di chi ascolta; magari tergiversa o ripete più volte un concetto cercando di renderlo maggiormente fruibile, ma la sua naturalezza è disarmante. Il bello delle domande e considerazioni che gli pone Lipsky è il fatto che non sono mai scontate né “facili”, addirittura irritanti perché tese ad ottenere una risposta precisa. 

o-david-foster-wallace-facebook

Una delle cose che mi ha colpito di più è stato leggere di come si rapportava  Wallace con la fama galattica che gli è piombata addosso. Lipsky vorrebbe sentirlo felice, appagato e in stato di gaudio costante per quanto ottenuto dalla critica e dall’affetto del pubblico ma si ritrova davanti un uomo che, dopo varie cadute depressive, dopo anni di delusione e incertezza, ha capito come gestire questa enorme massa di apparente benessere: con cautela e circospezione, senza per questo doversi privare totalmente della gioia o fingendo un’umiltà eccessiva. Wallace conosceva bene il mondo letterario e sapeva come potesse dare alla testa venire aggiunto al Gotha degli scrittori ‘grandi leggende’. Perciò sapeva anche come avrebbe dovuto, una volta finito il tour, fare i conti con ‘tutto questo’. Aveva bisogno di staccare la spina, stare solo con i suoi due cani nella casa di Bloomington, ‘smettere di tremare’, assimilare i mesi passati e tornare a insegnare e scrivere, senza portarsi dietro il terrore di non riuscire più a raggiungere quei livelli.

Si può ben dire che Infinite Jest rimane il suo capolavoro assoluto ma si può anche star certi che il suo modo di scrivere, di analizzare l’esistenza, il senso delle cose, il suo modo di percepire emozioni, di creare empatia e di accogliere silenziosamente le persone attorno a sé sono frutto del suo essere stato profondamente umano, immensamente intelligente, drasticamente diverso ma del tutto immerso nel ‘continuum’ del mondo, comprendendone l’evoluzione.

…C’è tantissima bellezza e profondità nella più stupida e scrausa cultura pop tutto intorno a noi…”

Lipsky, registratore alla mano, ha fatto parlare questo scrittore nel modo più autentico possibile, regalandoci la possibilità di conoscerne i pensieri, l’ironia e la capacità di saper discorrere di tutto, di niente, del silenzio che ci serve e del rumore che ci circonda.

Lo scopo dei libri è combattere la solitudine…Non credo che i libri siano passati fuori moda. Credo che debbano trovare modi radicalmente nuovi di svolgere il loro compito…”

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