“The Boss” si racconta: vita e avventure di Bruce Springsteen nell’autobiografia “Born to Run”

Sono anni che la sua voce dà un senso ad alcune delle mie giornate più complesse, eppure l’ho visto dal vivo solo una volta, nel luglio 2016, durante The River Tour assieme alla sua E Street Band. Cinque ore pazzesche di concerto, cinque ore di pura musica spaziale, cinque ore di emozioni forti e qualche lacrima. Addosso avevo una maglietta blu con le maniche stracciate e la stampa della silhouette di Springsteen di schiena, bandana infilata nella tasca dei jeans.

Ho approfondito ancora di più la mia conoscenza dei suoi pezzi, innamorandomi dei testi e facendoli miei. Mi mancava solo di sapere qualcosa sulla sua vita e quando è uscita l’autobiografia non ho dato retta ai miei propositi di risparmio sui libri e me la sono portata a casa.

Un uomo consapevole del percorso che ha fatto

Born to Run è assolutamente egoriferita, incentrata al massimo sulla figura del protagonista ben conscio, a 67 anni suonati, di tutti i traguardi raggiunti e dell’incredibile e unico successo ottenuto. L’umiltà di Springsteen non è quindi ipocrisia, ma la capacità di esprimere il proprio talento riconoscendo il duro lavoro che si nasconde dietro ad esso; e si, una rockstar è comunque una “prima donna”, talvolta vanitosa, ma ben consapevole che non è stata la fortuna la carta vincente della sua esistenza bensì il continuo rimuginare su nuove soluzioni, nuove idee, nuovi arrangiamenti.

Uno spaccato di storia americana

Gran parte del pubblico di lettori che si metterà a sfogliare questa autobiografia probabilmente la troverà molto Americana, sia in senso geografico che nelle modalità di narrazione. Del resto le radici della musica di Springsteen sono profondamente radicate nel territorio e legate alle problematiche che gli Stati Uniti hanno vissuto nel tempo, dalla Guerra in Vietnam alla povertà operaia, dalle crisi economiche all’11 settembre 2001. Ogni canzone è collocata in un luogo preciso, vissuto, con personaggi che sono la rappresentazione di un popolo incontrato, conosciuto, con il quale Bruce ha avuto a che fare e che gli impone un dialogo costante.

Quest’uomo, cresciuto mingherlino, figlio di una generazione di migranti, inventa se stesso in una cittadina del New Jersey assieme ad una chitarra super economica con la quale specchiarsi la notte in camera da letto, imitando i pezzi grossi degli anni ’60.

Lasciato solo dai genitori che si trasferiscono in California su impeto del padre, disturbato e difficile, Bruce comincia la sua lunga camminata verso la MUSICA, capelli scarmigliati e muscolatura in procinto di apparire.

Il rock’n’roll, il soul, il folk, il pop, il country…Springsteen ha navigato a bracciate ampie in tutti questi ambiti, riuscendo anche a farli convivere grazie a intense collaborazioni, amicizie lunghe una vita, fiducia e la dura legge del Boss che decide sempre quale strada imboccare portandosi dietro i più audaci.

Il vuoto e la rabbia cieca

Quest’uomo ha anche sofferto di depressione, ritrovandosi molte volte faccia a faccia con l’abisso, il buio, il senso di incompletezza, il vuoto, la rabbia cieca e un latente bipolarismo masochistico nei rapporti con gli altri. Poi sono arrivati Patti Scialfa, tre figli, una stabilità, la responsabilità di una famiglia e dell’essere padre oltre che star.

Insomma, a suo dire, Bruce ci ha nascosto poco di se stesso, scrivendo assiduamente per sette anni senza l’aiuto di alcun ghostwriter, analizzandosi con coraggio, semplicità e una certa saggezza.

Tornerò al suo prossimo concerto, sperando che ripassi di qui, e assieme a lui, urlando a squarciagola, canterò, con una maggior consapevolezza, “…Tramps like us….Baby we were born to run!!!!!”

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