“Il mondo non sta dietro ai cambiamenti”. Intervista a Luca Doninelli

Luca Doninelli è uno scrittore e giornalista italiano, laureato in filosofia e vincitore di considerevoli premi letterari, fra cui il Premio Selezione Campiello nel 1996 e il Premio Bergamo nel 2006. Il 15 ottobre 2016 è stato invitato al festival di BergamoScienza per parlare della “scienza del narrare” quindi delle analogie tra due materie apparentemente opposte come scienza e letteratura. Ho avuto l’onore di intervistarlo appena prima della conferenza per fargli qualche domanda sul suo ultimo romanzo Le cose semplici, di cui avevo già parlato qua.

Secondo lei è possibile etichettare il romanzo con il termine fantascienza oppure crede che l’apocalisse descritta nel libro come collasso delle istituzioni e dell’economia sia una possibilità molto più concreta e reale?

Sicuramente la seconda. Non ho mai letto un libro di fantascienza in vita mia e al massimo mi sono avvicinato, per poi allontanarmi subito, alla cosiddetta letteratura distopica. Penso che oggi questi generi, sopratutto la distopia, abbiano molta più presa nel cinema. È un mondo che non mi appartiene e non ho mai pensato di far questo. La mia intenzione era molto semplice, basti pensare ai problemi della giunta di Roma, il rinvio delle lezioni in Austria, i poliziotti americani che uccidono le persone di colore, il pilota che per suicidarsi ha schiantato un aereo ammazzando centocinquanta persone, ma anche cose meno tragiche, ad esempio il mal funzionamento delle ferrovie, la stazione di Lambrate è piena di erbacce, i treni alla mattina odorano di orina, eccetera. Io penso che siamo in un mondo che non riesce a stare dietro ai cambiamenti, anche se ci stiamo provando. Milano è rimasta uguale da quando nel mondo c’erano un miliardo di persone ad adesso che ce ne sono sette miliardi: il palazzo di giustizia, il municipio sono sempre quelli. In America non si riesce più a pensare a una polizia in grado di controllare in modo umano un mondo così. Questo mi dà l’idea di una debolezza, di una fragilità che investe il patto sociale, ovvero le relazioni normali tra persone, quel principio che ci permette di vivere assieme e per il quale preferiamo prendere un caffè insieme piuttosto che ucciderci a vicenda. Questo mio libro è stato chiamato distopia ma la mia intenzione era quella di ricordare che le catastrofi possono avvenire in un istante. Noi possiamo studiare le premesse della prima guerra mondiale, però poi è accaduta di colpo e nessuno al mondo si sarebbe immaginato una guerra così. Come nei modelli scientifici, ci sono degli imbuti in cui gli eventi precipitano e, come dico ironicamente nel libro, si è arrivati a un punto in cui i grandi del mondo hanno capito che tenere in piedi il mondo non è più conveniente e lo hanno lasciato abbandonato a sé stesso.

Lei nel libro ci fa intravedere, se non una soluzione, almeno un valore positivo che è quello della cultura, vista come possibile ancora di salvezza per l’uomo in una situazione di disperazione e decadenza. Lei crede che questo concetto si stia sviluppando nella nostra società oppure sta perdendo concretezza?

Questo è molto difficile da dire perché secondo me la società non è il punto di paragone. Prendiamo come esempio l’università: da un lato, vediamo che ha sempre meno risorse, ci sono sempre più problemi, la burocrazia la sta soffocando, però, dall’altro, continuano ad esserci insegnanti validi, molte facoltà preparano eccellenti laureati. Quindi bisogna capire che non c’è tutto il cattivo e tutto il buono. Nel mio romanzo parlo di Chantal, che è un genio e che a un certo punto decide di rinunciare al proprio genio e comportarsi da essere umano per rispondere a delle domande a cui il proprio genio non saprebbe rispondere. Con la rinuncia al suo genio però capisce che la chiave è l’educazione, la trasmissione della conoscenza. Per questo più che cultura direi proprio conoscenza, che è la più grande delle passioni umane. Aristotele inizia la Metafisica dicendo che “tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Prova ne è l’amore che essi hanno per le sensazioni e sopratutto per quelle delle vista, che più di qualunque altra sensazione ci fa conoscere l’infinito e le differenze tra le cose”. Quando noi diciamo amore, giustizia, verità, dobbiamo intendere conoscenza dell’amore, conoscenza della giustizia, conoscenza del vero. Tutte le passioni o sono anche conoscenza oppure sono sensazioni che anche gli animali possono avere. Io dico spesso che il fondamento del patto sociale è la fiducia, ma il correlativo oggettivo pratico è la conoscenza. In una società in cui si interrompe il nesso della trasmissione del sapere è una società finita. Chantal si rende conto di ciò e dice che se ritornassero tutti all’età della pietra non avrebbero più il “software” per sopravviverle, in quanto i primitivi avevano delle conoscenze che noi non abbiamo più ed è per questo che fa in modo di conservare a tutti i costi le nostre conoscenze, anche quelle del falegname. Infatti, il principio della sua università è che chiunque sappia qualcosa deve insegnarlo. Quindi non si insegna solo l’architettura e l’astrofisica, ma anche come usare i chiodi e i martelli, perché se non salviamo quelli non avremo nemmeno più l’astrofisica. Quindi cultura materiale, cultura scientifica, cultura umanistica diventano un po’ la stessa cosa. Noi possiamo negare la conoscenza per stupidità o per astrazione, ma in realtà è qualcosa di imprescindibile e che ci rende uomini. Nel libro scrivo di un ragazzo che rinuncia ad un omicidio che premeditava da tempo dopo aver imparato come si coltivano le piante: l’idea è che la conoscenza limita la violenza perché apre a un altro tipo di sguardo sul mondo. Quindi userei la parola “conoscenza” perché “sapere” è già uno sviluppo, una codificazione.

La storia d’amore fra il letterato Dodò e la matematica Chantal incarna un possibile legame tra scienza e letteratura, per cui ci può essere della poesia nella matematica e della matematica nella poesia. Nel libro addirittura dice che Dante è la quintessenza della matematica. Può spiegarci come è possibile questa fusione?

Questo concetto l’ho preso da un libro a me molto caro che ho letto quando avevo quindici anni: si tratta delle conversazioni di Igor Stravinskij e Robert Craft. Qui si legge che sicuramente la musica è matematica, e in qualche modo questo è un paradigma per tutte le arti. A Brera vediamo Lo sposalizio della vergine di Piero della Francesca accanto allo Sposalizio della Vergine di Raffaello e si vede che sono un genio dell’algebra accanto a un genio della matematica superiore. Questo non significa che Raffaello è più grande di Piero però si sente come la matematica del dipingere si è evoluta, è divenuta una sintassi complessa. Io amo i pittori dove l’inquietudine è letta attraverso un senso misterioso dell’ordine, il che non vuol dire che non rispetti i Van Gogh che sono altrettanto grandi, ma il mio cuore batte dove più intravedo questo strano connubio tra l’irrequietezza, la tragicità della condizione umana con la presenza di un ordine che non nega quell’irrequietezza ma la esalta e ce la fa leggere in maniera più profonda

Un punto che mi ha colpito del libro è quando parla del violino e degli strumenti musicali in genere, dicendo che l’andare a tempo sembra una semplice ovvietà, ma in realtà vi è dietro un lavoro complicatissimo, proprio come nella vita. La morte invece non rispetta il tempo, è ingannatrice e non rispetta i passaggi difficili. Dunque, lei dice, viva la vita e viva il violino. Questo per collegarmi all’ambito musica e chiederle cosa ne pensa del premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Io lo trovo semplicemente un premio Nobel un po’ tardivo, tenuto conto che anche Omero cantava, quindi il fatto che sia uno che ha cantato le sue poesie secondo me è insignificante. Uno le canta, le declama, le scrive nella sua stanzetta ed è sempre poesia. Bob Dylan ci ha descritto il mondo in maniera complessa e ci ha dato un grande ritratto dell’America. Nella scelta fra i due autori ebrei americani Bob Dylan e Philip Roth anche io avrei scelto Dylan senza dubbio in quanto Roth non è un immenso scrittore. Io dico che è stato molto più arrischiato il premio nobel a Dario Fo, che era un attore, anche se col senno di poi ci stava anche quello. Io lo darei anche a Nick Cave e ad Eminem perché sono grandi poeti. Dobbiamo renderci conto che oggi uno scrittore si alimenta di una molteplicità di linguaggi. Trent’anni fa si trovavano le radici di uno scrittore in altri scrittori, le radici del poeta in altri poeti. Adesso non è più così. In un romanzo di Andrea Bajani si trovano temi che spaziano dalla Bibbia ai Videoclip e quindi le fonti ispirative sono diverse. Io personalmente candiderei al Nobel Matt Groening, il creatore dei Simpson perché ha narrato l’America come né Don DeLillo né Jonathan Franzen sono riusciti a fare: in maniera complessa, intelligente, spesso molto profonda. Potrei nominare anche House of Cards in quanto nessuno scrittore oggi da solo riuscirebbe a darci un ritratto così complesso del potere oggi. Quindi dobbiamo pensare che letteratura è da intendere diversamente. Anche le scuole di scrittura ormai si chiamano scuole di storytelling. Al di là del fatto che io odi quella parola, il fatto è che la scrittura ormai è tante cose, quindi non è detto che la scrittura sia solo romanzo o poesia, si può realizzare in sceneggiatura, serie tv, canzoni. Se esistesse ad esempio un grande blogger perché non dargli un premio Nobel? Certo magari questo andrà un po’ verso il decadimento della pura arte letteraria, però vedo che lo stesso vale per gli studi scientifici. Non a caso alla fine degli anni ’60 è nata la cosiddetta teoria dei sistemi secondo la quale il sapere si sviluppa in dialoghi complessi dove lo studio della fisica teorica non può non interfacciarsi con la geopolitica, quindi anche scrivere un romanzo oggi non è come scriverlo venti anni fa. Il premio Nobel a Dylan direi che è stato dato alla carriera come quello che diedero a Hemingway, quando ormai quello che di importante doveva fare lo aveva fatto però era giusto darglielo, come è stato giusto e anche tardivo darlo a Dylan.

PHOTO CREDITS: http://www.veneziepost.it

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