La forza unica di una donna. “La guerriera dagli occhi verdi” di Marco Rovelli

Quando Marco Rovelli decide di partire per il Kurdistan sa già che Avesta Harun è morta; il suo scopo è ricostruirne le tracce, raccontarne la storia, capire il senso di una vita stroncata in battaglia.

Forse alcuni di voi, seguendo le notizie dei TG  o qualche reportage, conoscono già la realtà delle donne combattenti curde. Io ricordo chiara l’immagine di una ragazza che imbracciava un kalashnikov, accovacciata ad osservare l’orizzonte, e mi sono spesso chiesta che ruolo avesse. Leggendo questo libro ho avuto una risposta.

Avesta è il nome scelto dalla giovane Filiz nel momento in cui decide di scendere in campo seguendo le orme del fratello Harun, ucciso brutalmente; ha solo 22 anni quando prende la strada delle montagne per raggiungere i ribelli affiliati al PKK, il partito dei lavoratori curdi. Non è la prima donna a farlo e tante hanno già dato la vita prima di lei.

La causa è troppo importante: si lotta per un Kurdistan libero, una lotta che ha le sue radici nel passato, dapprima contro l’oppressione della Turchia ed ora per difendere i propri territori così dolorosamente amati dall’avanzata del Califfato islamico. È sempre la lotta di un popolo che è stato costretto al silenzio per moltissimo tempo, chiamato al rispetto di leggi e regole non proprie, dirottato verso una religione imposta dall’alto.

È grazie al racconto romanzato della vita di Filiz bambina e di Avesta adulta che Rovelli ci fa conoscere queste genti, una comunità che danza, coltiva la terra, festeggia, canta. L’evoluzione della consapevolezza acquisita dai curdi come popolo unico e indivisibile è avvenuta grazie al fortissimo desiderio di sentirsi padroni di se stessi, indipendenti: questo desiderio ha permesso lo sviluppo di una società molto democratica, priva di figure predominanti, nella quale donne e uomini si equivalgono senza che gli uni abusino delle altre.

“Guardiamo alla nostra storia di curdi, e di donne. Le due storie vanno in parallelo: abbiamo smesso, tutti quanti, di accettare di essere considerati turchi, di essere negati in quanto popolo, e nello stesso tempo, in quanto donne, abbiamo smesso di accettare di essere considerate una specie inferiore rispetto al maschio”.

Quello che serve per guidare una squadra d’assalto è vedere quello che gli altri non vedono; ma non basta, dice un comandante ad Avesta un giorno… “…quello che è importante è che la tua pratica e il tuo pensiero siano uniti. Se la tua vita è diversa dalla tua parola, allora la tua parola non vale niente. La tua vita e la tua parola devono danzare insieme, avere lo stesso ritmo.”

E così Avesta, oltre a portare sulle spalle un’arma da cecchino, ama insegnare, raccontare storie, dedicare il suo tempo all’addestramento consapevole di nuove reclute, maschi o femmine che siano, tutti con storie dilanianti, tutti con la morte negli occhi e la speranza nel cuore, tutti pronti a tenersi un’ultima pallottola per sé per non rischiare di finire nelle mani del nemico, qualunque esso sia. Avesta ha una forza incredibile che la rende responsabile e audace, un’energia sublime che le deriva dalla natura circostante, dai monti della sua gente, dai boschi, dagli alberi di gelso, dai ruscelli, dal senso di comunità che prova nel vivere spalla a spalla con i suoi compagni.

I grandi occhi verdi di Avesta paiono cambiare sfumatura a seconda del tempo, dei riflessi del cielo ma in fondo ad essi è sempre presente un grande dolore per le perdite subite e le vite che ha dovuto spezzare in nome della libertà; tuttavia lo sguardo è sempre rivolto in avanti, al futuro, alla giustezza della causa e alla potenza del messaggio che porta con sé.

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