“Rayuela”, cronaca di una follia. Cortazar e il suo gioco del mondo

Che cosa rende un romanzo unico? Svariati fattori, sicuramente. Direi però che uno di essi è e deve essere l’innovatività.

Quando uscì nel 1963, l’esperimento narrativo di Cortazar fu salutato con energica approvazione per il suo intrinseco valore di opera folle, volutamente disordinata, costruita grazie ad un castello di capitoli affastellati su diversi piani di racconto.

Già l’incipit è un suggerimento chiaro a che il lettore si lasci trasportare dall’apparente non senso: “A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina dove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina di ogni capitolo…”

Ovviamente, nell’affrontare il testo, ho scelto la seconda opzione e non me ne sono pentita.

Fulcro impersonificato di tutta la vicenda è Horacio Oliveira, eterno studente, eterno vagabondo, personaggio complesso e ricco di sfaccettature che sentiamo spesso parlare in prima persona tramite flussi di coscienza o percorsi più ragionati. La sua storia di continua ricerca di senso in una vita vissuta tra realtà e irrealtà, comincia a Parigi, mano nella mano con una donna, Lucìa, altrimenti detta la Maga, bella, piccola, fintamente ingenua, anch’essa anima in movimento. I dialoghi e l’amore fisico e mentale tra i due si sviluppano tra le strade della città delle luci, giocando con incontri fortuiti, immaginando legami telepatici, sorseggiando mate… Attorno alla coppia che talvolta si allontana per poi riprendersi, una serie di figure inttelletualoidi che parlano di tutto e niente, un Club di infiniti opinionisti provenienti da tutto il mondo.

Dopo aver assistito inerme ma con un grande senso di colpa alle tragedie che colpiscono la Maga, Oliveira torna in Argentina, Paese d’origine, riallacciando rapporti con vecchie amicizie, confondendo sempre più le immagini del passato con quelle del presente. Nel caldo di Buenos Aires, accecato da visioni e colpito da pensieri iridescenti, Horacio perderà lentamente la testa, avvoltolandosi in un circuito di nostalgia, tristezza e impossibilità di sopravvivenza nel quotidiano senza che le sue nottate parigine tornino a fargli visita.

Leggere questo libro è un esercizio di impegno e concentrazione che, tuttavia, regala grandiosi momenti di riflessione, dando la possibilità di immergersi completamente nell’atmosfera descritta come mettendo la testa sott’acqua, sentendo i rumori esterni ovattati e percependo chiaramente il vociare costante dei personaggi, quasi fossero attorno al lettore.

Vi sono pagine di bellissima poesia, lunghe elucubrazioni mentali sul senso di una vita che pare effimera, comparse macchiettistiche che donano sfumature di pietà alla narrazione, canzoni, descrizioni perfette di sensazioni indescrivibili, odori, colori, emozioni urlate e silenti.

Cortazar è riuscito a racchiudere un mondo – il gioco del mondo – tra due copertine, con maestria, audacia e pazza genialità. Non resta altro che perdervisi.

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