Perché abbiamo sempre bisogno di un nemico? Intervista a Gianluca Ferraris

Milano non è mai stata più cinica e bastarda di così. Una Milano che ha paura della sua stessa ombra, una Milano incapace di essere una metropoli, di essere all’altezza del ruolo di leader ed esempio che con supponenza pretende di avere in Italia e nel mondo. Poi, proprio in questa città, qualcuno comincia a sparare ai rom e l’uomo – specie sui social network – mostra tutta la sua viltà. Di questo e molto altro parla Gianluca Ferraris in “Piombo su Milano” (Calibro 9, Novecento editore 2016), un romanzo veloce, intrigante, appassionante e intelligente, nonché della trilogia cominciata con “A Milano nessuno innocente” e di cui “Piombo su Milano” costituisce il secondo volume.

L’autore si è reso disponibile a rispondere a qualche nostra domanda. Ecco cosa ci ha raccontato.

Parliamo del protagonista, Gabriele Sarfatti. Quanto è cambiato dal primo romanzo in cui era protagonista, A Milano nessuno è innocente? La sua filosofia di vita è magari espressa in questi suoi pensieri: “Forse ho un problema con la gestione del tempo e la cura di me stesso. E con il cibo thai. Ma chi se ne fotte, metti che domani muoio”.

Gabriele Sarfatti è un cronista di nera e un quasi quarantenne: in pratica tiene insieme le due categorie che più di tutte tendono a vivere, con consapevolezza o solo per inerzia, in un eterno presente. Proprio perché questo schema sta travolgendo a poco a poco quasi tutta la mia generazione, cercavo un personaggio che rappresentasse al meglio questo approccio molto adrenalinico alle giornate: vita professionale complicata, iperconnessione come surrogato della vita vera, junk food e giornate che non finiscono mai, ma che ti sembrano sempre e comunque troppo corte. Ma Gabriele Sarfatti è anche il protagonista di una trilogia (il prossimo episodio dovrebbe uscire a fine 2017) e come ogni serial charachter deve mettere in mostra un’evoluzione: dunque in questo secondo capitolo lo troviamo più riflessivo e se possibile ancora più disincantato, anche a causa dei trascorsi narrati in “A Milano nessuno è innocente”.

Nel romanzo scrivi che qualcosa è andato storto nel meccanismo evolutivo di Milano. A cosa ti riferisci?

Quello tra Milano e il noir è un matrimonio che funziona perché entrambi hanno questa caratteristica comune: non esistono quasi più buoni e cattivi in senso assoluto, ma solo un’immensa zona grigia dove diventa difficile distinguere, scindere, interpretare. Chiariamoci: io amo questa città, che mi ha accolto e mi ha dato l’opportunità di realizzarmi, e la trovo molto più piacevole, viva e accogliente di quanto la trovino i miei personaggi in pagina. Anche la gestione della cosiddetta «emergenza rom» – che fa da sfondo a questo romanzo così come la cosiddetta «emergenza immigrati» occupa le cronache odierne – ha messo in mostra il cuore grande di questa città e dei suoi abitanti. Ma se pensiamo alla parabola attraversata da questa città negli ultimi anni non possiamo nasconderci come quella zona grigia di cui parliamo abbia continuato a estendersi, e come una certa coesione sociale si sia sfilacciata, un po’ a causa degli eventi e un po’ a causa di certi agitatori di professione che soffiano sulla paura.

Gabriele e Zucchero (l’amico più caro del protagonista, nonché suo spacciatore), tra le cose che dicono, parlano della loro generazione, piena di “apolidi emotivi”. Quanti sono oggi gli “apolidi emotivi”? Come mai potrebbero essere diffusi oggi più di ieri? Perché il protagonista, che si autodefinisce urban single, ha problemi a creare affetti?

È un po’ quello che dicevo prima: i professionisti fra i 30 e i 40 anni che vivono nelle grandi città, quelli che anche Luciano Bianciardi chiamava «la fascia alta dei morti di fame», stanno vivendo sulla loro pelle cambiamenti che nessuna generazione precedente aveva conosciuto. Sono più poveri ma escono più spesso a cena dei loro genitori. Non avranno una pensione ma sfoggiano biglietti da visita con titoli lunghissimi.Vivono alla giornata ma lo fanno con un certo grado di gioiosa consapevolezza, anche se i lavori precari generano rapporti precari che generano relazioni precarie, anche in amore. È la società liquida, quella in cui se rompi uno smartphone bestemmi a non finire ma se rompi un cuore non te ne accorgi nemmeno; quella in cui farsi una scopata è diventato molto più facile che farsi una coccola, anche se forse avremmo più bisogno della seconda. Non è una critica, sia chiaro: vivo anche io dentro questo mondo, ho deciso di farmelo andare bene e amen, perché ha anche un sacco di lati positivi. Però, anche se il mio stile di vita fortunatamente è molto lontano da quello di Gabriele e Zucchero, era inevitabile che le cose che scrivo risentissero di come le cose siano cambiate. Nei bar e sui tram la gente non conversa come nei romanzi che vincono lo Strega: forse poi è per questo che non li compra.

Veniamo a uno dei temi centrali del romanzo, ovvero il razzismo. In che modo affronti questo tema? Come si può combatterlo a tuo parere?

Non ho mai creduto fino in fondo a questa visione un po’ «sociologica» di gialli e noir, che essendo dei romanzi dovrebbero costituire soprattutto oggetto d’evasione. Ma è vero che anche la riflessione, in un Paese da sempre ricco di domande e povero di risposte, non è da buttare via. Non si tratta di prendere un fatto di cronaca, o un quartiere di una città, o qualsiasi altra cosa, ed esaltarne il lato più cupo, più cinico, più «letterario», come verrebbe abbastanza ovvio raccontando il razzismo, né di utilizzare il noir come strumento di denuncia sociale. Mi interessava soprattutto fotografare come certi fenomeni nascono. Se mi passi il paragone azzardato, volevo indagare la paura (per «quelli scesi dai barconi», per i «negri», per gli «zingari», i «capelloni», i «comunisti») come Manzoni nei “Promessi Sposi” indagò la peste: è un fenomeno fine a se stesso o ha delle ragioni storiche fondate? Perché si traduce immediatamente in odio verso chi è palesemente più debole di noi? Perché alcuni fenomeni attraversano così rapidamente strati ampi di popolazione? Perché, in sintesi, abbiamo sempre bisogno di un nemico? E cosa succede se qualcuno su quel bisogno specula? Ovviamente non ho risposte definitive, e questo vale anche per la seconda parte della tua domanda: forse se le avessi non farei lo scrittore, né tanto meno il giornalista. Mi limito a fotografare la situazione. Cercando di non metterci troppo di personale anche se il mio giudizio è chiaro: il razzismo mi fa schifo, sempre e comunque.

Annunci

Un pensiero riguardo “Perché abbiamo sempre bisogno di un nemico? Intervista a Gianluca Ferraris

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...