La riscoperta dell’antica via. In cammino con Paolo Rumiz

È tutta una questione di piedi. Sono loro che sentono la terra, i basolati, l’asfalto, l’erba, i sentieri di pietrisco; i piedi sono coloro che portano Paolo Rumiz nei suoi vagabondaggi continui, trasmettendo una cultura fisica, di sensazioni e percezioni che collegano le estremità del corpo con il nostro cervello.

“…paracarro, rudere, campo di frumento, strada provinciale, fontana, metanodotto, solco di carri sulla roccia viva, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, pelle di serpente…”

La scelta che il giornalista e scrittore fa questa volta è una scelta coraggiosa sotto svariati punti di vista. Non si tratta più di calpestare strade battute, note e cartografate ma di ritrovare, al di sotto di una stratificazione secolare, la magistrale Via Appia, il solco antico di storia romana che ha collegato per secoli la capitale dell’impero al porto di Brindisi. Il percorso è oggi arduo e complesso sebbene originariamente rettilineo e ragionato, una tratta semplice, incurante degli ostacoli naturali e appenninici; quando Roma si muoveva lo faceva senza curve, deviazioni, distrazioni. Come dice Rumiz, capovolgendo la famosa frase, “tutte le strade partono da Roma” più che portarvici.

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Alessandro Scillitani e Paolo Rumiz

Affrontare l’impresa a piedi pare follia. Perché intraprendere un viaggio tale quando già esistono in Europa percorsi interessanti già perfettamente segnalati? Perché non partire per Santiago o fare la Francigena? La risposta è bella e semplice: l’Appia è la Prima Strada, la Linea, quella da cui sono nate tutte le altre; si percorre in entrambi i sensi e, per questo, va considerata una strada laica più che sacra. Non è una via del pellegrino, sebbene per di là vi siano passati sia Pietro che Paolo. In essa si percepisce un divino diverso, fatto di credenze pagane, riti sacrificali e magici, cippi funerari, invocazione ed evocazione dei morti.

La maggior parte del valore artistico che l’Appia in sé rappresenta è scomparso negli anni a causa di una costante attività predatoria di coloro che vi hanno vissuto vicino; molte case di privati cittadini contengono pezzi di una storia che non riesce ad essere valorizzata perché nascosta al pubblico. La cementificazione costante, le speculazioni edilizie e una generica noncuranza l’hanno resa ancor più unica, in un circuito di paradossi che fa girar la testa.

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Paolo Rumiz

Paolo Rumiz e i suoi compagni,  zaino in spalla e un entusiasmo talvolta sconfortato dai “demoni” del viandante, percorrono varie zone di influenza culturale e politica, disotterrando cavilli burocratici, sovrintendenze a braccetto con la camorra, desideri, rancori e rimpianti di cittadini italiani che tanto italiani non si sentono. Sulla via si incontrano archeologhe, tutte donne, tutte agguerrite, tutte lottatrici, tutte follemente innamorate della propria singola terra. Sulla via si riconoscono i posti anche attraverso le papille gustative, i colori del terreno, i fiori, le pianticelle selvatiche, gli orizzonti, il clima. Sulla via ci si addormenta stremati la sera, sognando un’impersonificazione femminea della Strada che parla e chiede di essere lasciata in pace, perché tanto nessuno più la vuole davvero cercare, nessuno più la vuole capire.

“…questo è stato il più terreno e insieme il più visionario dei miei viaggi. Mentre il peso dello zaino mi ancorava saldamente al suolo, la testa vagava come un aquilone tra le nuvole, e intanto il cibo mediterraneo generava appetitosi cortocircuiti con la Storia. Melanzane fritte e Federico di Svevia. Aglianico e canti ebraici di Oria. Carciofi alla giudia conditi con le Satire di Orazio Flacco. Vino flegreo e i canti tribali di Vinicio Capossela con la Banda della Posta. Lampascioni sott’olio e Simon Pietro in viaggio verso Roma. Perché il viaggio, insegna Calvino, passa anche tra le labbra e l’esofago. E chi viaggiando non cambia dieta, non ha capito nulla.”

Attraverso il suo narrare splendidamente evocativo, Rumiz solleva con leggiadria ma grande sensibilità vari argomenti e, con i suoi piedi, ai quali dedicherà i ringraziamenti finali del libro, calpesterà a grandi passi la Questione del Meridione, delle sue contraddizioni enormi, delle tristezze e gioie sulle facce della gente, di meraviglie inenarrabili, dell’accoglienza e della chiusura, dell’individualismo e della solidarietà. Ci lascia in mano un vademecum estremamente particolareggiato, una guida “di pancia”, emotiva e potente.

“Perché ci sentiamo così distanti da tutto, mentre siamo al centro di tutto, nel cuore del Mare nostrum? È il Nord che ha allontanato il Sud, o è il Sud che ha allontanato se stesso dal resto della Penisola?…Noi non sorvoliamo i territori, li penetriamo. Ascoltiamo con pazienza le ragioni dei popoli che li abitano, senza concedere loro l’alibi del vittimismo.”

Questo è un racconto di audacia che infonde coraggio nel viandante sopito che c’è in noi e che ci chiede ad alta voce di partire a trovare il territorio nostro per renderlo il più possibile unito. Almeno provarci, con i piedi e con la testa, come un dovere civico.

 

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