Sangue del suo sangue. Intervista a Victoria, figlia di John Fante

Ho trascorso dodici ore in pullman solo per incontrarla. Poi, la seconda sera del Festival, mentre La banda della posta riscaldava l’atmosfera con le sue musiche popolari, l’ho vista e mi sono precipitato. Victoria è la figlia di John Fante, nelle sue vene scorre il sangue di colui che è stato il più grande scrittore italoamericano. L’ho salutata, mi sono presentato, le ho detto che avevo scritto la mia tesi di laurea sulle opere di suo padre. Mi ha abbracciato, emozionata e trattenendo a stento le lacrime. Probabilmente in quel momento è stata assalita da una serie di emozioni che non posso capire – lo scorso novembre è morto il fratello Dan, anch’egli scrittore e assiduo frequentatore del John Fante Festival. Mi parla ma la musica è alta e non capisco tutto quello che mi dice. Mi piacerebbe intervistarla, le dico, e mi dà appuntamento al giorno seguente, alla mediateca di Torricella Peligna. Prima di cominciare mi chiede due volte come mi chiamo. Le faccio lo spelling del mio nome e finalmente, con un ampio sorriso, mi dice: «Hello Dario!».

Buongiorno Victoria. Cosa provi nel tornare a Torricella Peligna?

Sono contentissima di essere di nuovo qua. Ogni volta che torno a Torricella Peligna mi sento a casa. Le persone qui sono così calorose, ospitali e amano mio padre e questo significa molto per me. Mi accolgono e mi onorano come la figlia di mio padre.

Cosa raccontava a te e ai tuoi fratelli dell’Italia?

Amava l’Italia, diceva a mia madre di voler far trasferire tutta la famiglia a Roma (ride). Tuttavia, anche se pensava che sarebbe stata una bella opportunità, era molto difficile perché avevamo una casa, animali domestici, quattro ragazzi a scuola.

Proprio a tua madre, Joyce, John dettò il suo ultimo romanzo, “I sogni di Bunker Hill”, quando ormai aveva perso la vista. Questo dimostra che per John Fante la letteratura non era solo un lavoro…

Quando mio padre scriveva romanzi non lo faceva per i soldi, scriveva perché gli piaceva scrivere e aveva qualcosa da dire. Una delle cose che più amava fare era scrivere romanzi ma, come sai, aveva una famiglia da mantenere, quattro figli, una moglie, una casa. Quando scrisse “I sogni di Bunker Hill”, trovai affascinante quanto stava succedendo. Papà era molto malato a causa del diabete, gli avevano amputato le gambe ed era traumatizzato, e traumatizzati eravamo tutti noi che gli stavamo accanto. Delirava ed era sconvolto. Sai che quando diventi ceco non distingui la notte dal giorno e questo fu molto complicato per lui e turbava moltissimo mia madre. Poi, un giorno, io e i miei fratelli ricevemmo una chiamata di Joyce: «È un miracolo! È un miracolo! Vostro padre sta scrivendo di nuovo». Mi sta dettando un libro, ci disse. Aveva tutto il romanzo in testa, parola per parola. È stato un miracolo.

Tra le altre cose, tu sei un personaggio di un suo romanzo.

Sì (ride). Sono la figlia di John e Joyce, che sono personaggi a loro volta. È naturale. Comunque grazie, lo prendo come un complimento.

Ora ti stai occupando della diffusione delle opere di tuo padre nel mondo. Qual è il tuo progetto?

È molto importante per me che le opere di mio padre continuino a crescere e che le persone non smettano di leggere John Fante. La cosa che più mi rende felice è vedere come gli italiani abbraccino John Fante e come i giovani si divertano a leggere le avventure di Arturo. E questo può succedere perché i libri di mio padre – penso soprattutto a “Chiedi alla polvere” e “Aspetta primavera, Bandini” – sono sempre contemporanei e rilevanti nel mondo di oggi. Io ho le memorie di mia madre, tanti dei suoi diari, che tuttavia non sono completi. Mi piacerebbe metterli tutti insieme e farne un volume. Ne sto parlando con degli amici qui in Italia e stiamo cercando di capire come pubblicarli. Spero che possano uscire in libreria l’anno prossimo. Ho iniziato a lavorarci l’anno scorso ma mio fratello Dan, come sai, è venuto a mancare e ho perso l’ispirazione. È stato un anno molto triste. Ci manchi, Dan. Dan era un uomo meraviglioso.

Stavo giusto arrivando a Dan. Quest’anno al Festival sono stati resi vari omaggi a Dan, colui che ha ereditato da vostro padre il dono della scrittura. Cosa pensi che ci abbia insegnato?

Non saprei. Dan aveva il suo stile personale e la sua personale maniera di scrivere. Era molto dotato e talentuoso e provava lo stesso amore per l’Italia che provo io, un amore trasmesso da nostro padre. Dan ha abbracciato gli italiani, anche nei suoi scritti. Era un uomo carismatico come lo è stato mio padre. Era generoso e amorevole.

Un’ultima domanda. Qual è il più bel ricordo che conservi di tuo padre?

È difficile individuarne uno, ma posso raccontartene un paio, o forse di più. Quando mio padre era qui, in Italia, a lavorare con Dino de Laurentiis, io ero una ragazzina di dieci o dodici anni e volevo un cavallo. Mia madre mi disse che non avremmo potuto comprare un cavallo senza chiederlo a papà. Così ho scritto una lettera a mio padre e gli ho chiesto: «Papà, posso avere un cavallo?». Lui prese un foglio di carta e scrisse in grosso, al centro della pagina: «Cara Vicky, questa è una piccola lettera per qualcosa di grosso: sì, puoi avere un cavallo». Ho ritrovato proprio quel foglietto di recente. È una delle cose più preziose che possiedo. Come vedi, Papà era molto dolce con me. Un giorno – ero bambina – mi accompagnò a comprare delle scarpe. Avrò avuto 6 o 7 anni e il commesso mi mostrò tantissimi modelli ma non me ne piaceva nessuno. Quando infine trovai ne trovai un paio che mi piacevano, mio padre, sfinito, disse al commesso di darci quel modello in tutti i colori disponibili.

L’ultima dolce storia. Quando mio padre è venuto a mancare nel 1983, mio fratello più giovane, Jim, mi ha detto: «Vic, sono più triste per te che per me, perché nessun uomo ti amerà mai come ha fatto papà».

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