Inseguendo John Fante. La storia di come una volpe mi ha portato sul divano di un Hotel

Quando ho deciso di partire per l’Abruzzo sapevo già che avrei dovuto spendere il meno possibile. Non mi ero mai spinto così lontano da Milano per “lavoro” – se così si può considerare una prestazione non retribuita. Per seguire festival letterari e quindi scrivere e fare interviste ero stato a Torino, Bergamo, Mantova e – il posto più lontano da Milano – Sarzana. Però per John Fante ero disposto a fare questo e altro.

La mia passione per John ha origini lontane. Ho letto e riletto tutti i suoi romanzi e racconti, finché nel 2014 non ho scritto la mia tesi di laurea triennale su questo autore, intitolata L’amore nascosto in John Fante. Insieme, io e John, abbiamo combattuto una battaglia senza speranza contro i granchi di Los Angeles (“La strada per Los Angeles”), abbiamo sognato di diventare due scrittori (“Chiedi alla polvere”), abbiamo sconfitto le termiti che ci stavano divorando casa (“Full of Life”), abbiamo tentato di conquistare la messicana Camilla Lopez (“Chiedi alla polvere”). Nel frattempo abbiamo capito che la vita fa un po’ quello che vuole ma ogni tanto qualche spallata facciamo bene a dargliela. Poi siamo invecchiati, ci siamo sposati e abbiamo avuto quattro meravigliosi figli e un cane (“Il mio cane stupido”), conservando la stessa inesauribile spavalderia di quando eravamo giovani. Finalmente, ci siamo conciliati con nostro padre (“La confraternita dell’uva”). Poi è arrivato il diabete e i nostri occhi hanno smesso di mostrarci il mondo. Abbiamo perso la vista, ma avevamo un ultimo grande romanzo in testa e l’abbiamo dettato a nostra moglie Joyce. John è morto nel 1983, poco dopo aver dato vita a “I sogni di Bunker Hill”. Noi però lo leggiamo e lo amiamo ancora oggi – e forse più di ieri. John è un compagno di vita incomparabile.

Sono partito da Milano, dicevo, alle 7.00 dalla stazione degli autobus di Lampugnano. Quindici ore dopo scendevo dal quarto pullman proprio a Torricella Peligna. Mi sono fatto indicare la Pineta comunale e mi ci sono diretto col mio pesantissimo zaino in spalla, contenente tutto il necessario per la vita da campeggio. La pineta di Torricella è un parco molto bello e grande: pieno di pini ma vuoto di persone. Una volta deciso di andare al Festival, avevo visto sul sito che c’era un’area campeggio gratuita. Sarei andato lì, mi convinsi, nonostante – quasi sicuramente – non ci sarebbe stato il bagno. In effetti, c’era solo un bagno chimico a un centinaio di metri da dove avevo montato la tenda. Ma ero contento come una pasqua. Ero riuscito a montare tutto prima del buio e mi stavo preparando il mio riso precotto con un fornelletto da campeggio e una pentola della Decathlon quando il buio e i 900 metri di Torricella Peligna hanno cominciato a far scendere la temperatura. Mi sono coperto un po’. C’era una temperatura fantastica. Dopo quella romantica e solitaria cena a lume di lampione, ho lavato sommariamente le stoviglie, ho riposto tutto nella tenda e ho fatto un giro in paese.

62210346
Torricella Peligna

Torricella è un comune tutto sommato grande. Comprese le contrade, conta 1200 abitanti. Ma la vita di questo piccolo centro si snoda intorno a un’unica via che dalla pineta porta alla chiesa. E proprio in chiesa, nel momento in cui ci sono capitato, stava iniziando a suonare un quartetto d’archi. Mi sono goduto il concerto insieme al pubblico più indisciplinato che mi sia capitato di incontrare. La chiesa sembrava una piazza, dove si poteva parlare, entrare e uscire senza troppo riguardo per i musicisti. Chi si è annoiato è uscito o si è messo a parlare col vicino. A Milano avrebbe sofferto in silenzio fino alla fine, piuttosto che dar l’idea di non comprendere la grandezza di Mozart e Bach.

IMG_4526.jpg
La pineta comunale di Torricella Peligna. Sulla destra, la mia tenda.

Finito il concerto ho bevuto al bar/edicola “Il Grottino”, dove ho trovato un libro su John Fante che nello scrivere la tesi avevo cercato a lungo senza risultati. Là era in mezzo ai Dylan Dog e agli Spider Man. Ero felice tornando a casa, il mondo mi sorrideva. Ho ripensato alle coincidenze dei quattro pullman che avevo cambiato e alla fortuna di essermi trovato davanti alla chiesa proprio all’inizio di uno degli unici due concerti dell’anno. Torricella mi stava dando il suo caloroso benvenuto.

Ho raggiunto la tenda verso mezzanotte. Ho portato tutto dentro e mi sono messo a dormire. Ero sereno e stanco, pensavo a quanto sarebbe stata ricca la giornata di domani: avrei conosciuto Victoria Fante, la figlia di John, sangue del suo sangue. Però cominciavo a sentirmi indifeso, vulnerabile. Di solito i campeggi avevano delle recinzioni e soprattutto raccoglievano tante persone che avevano deciso di dormire nella natura. Invece io ero solo, con me c’era solo Cormac McCarthy e non mi stava dando proprio un grande aiuto (mi raccontava la storia di un padre e un figlio che vagano per un mondo allo stremo delle forze, malnutriti e in preda al gelo). Intanto una banda di ragazzi si stava avvicinando alla tenda. Li sentivo contenti, esultanti per quella novità: qualcuno stava dormendo nella loro pineta. Si sono avvicinati e hanno cominciato a mimare il verso del cinghiale. Mi sono corsi attorno per un po’. Poi sono scomparsi e sono tornati nuovamente. Hanno ripreso col verso dei cinghiali. Non che non fossero simpatici, per carità, però non era una situazione piacevolissima. Sono sicuro che se li avessi incontrati il giorno dopo avremmo giocato a guardia e ladri, tutti quanti assieme. Ma in quel momento erano piuttosto fastidiosi. Ero stanco e volevo dormire. Dopo un po’ si sono stancati pure loro e sono andati a casa. Finalmente solo, ho chiuso gli occhi per spalancarli subito dopo. La pineta era un organismo vivo, in ebollizione. Sentivo animaletti mangiare, rosicchiare, sgranocchiare. E li sentivo a pochi centimetri dalla mia vulnerabilissima tenda. Il giorno dopo, bevendo un caffè in un bar, mi avrebbero detto che probabilmente erano scoiattoli, ma per quanto ne sapevo io in quel momento, potevano essere lupi o orsi. Ci ho messo altro tempo per abituarmi ai rumori della notte e a quel respiro famelico della pineta. Finalmente, dopo un’altra ora, il sonno ha avuto la meglio.

Qualcuno colpisce la mia tenda. Colpi forti, violenti. Mi sono svegliato di soprassalto, terrorizzato. Ho subito pensato che in un paesino tranquillo come quello, a novecento metri sul livello del mare, non mi sarebbe potuto succedere nulla. Eppure qualcuno stava colpendo la tenda. Saranno dei ragazzi, più grandi di quelli del cinghiale, che vogliono divertirsi, ho pensato. Ho chiesto chi è, con la bocca impastata dal sonno. Non ha risposto nessuno, però i colpi si sono fermati. Inquieto, apro la zip della tenda e quello che vedo mi rincuora, almeno in parte. Una volpe, grossa quanto un golden retriever, mi guarda, a tre metri di distanza. Le urlo di andarsene e di andare a rompere le palle a qualcun altro. Sono in grado di capire solo ora che quello che mi è successo quella notte è stata una fortunata e unica meravigliosa visione. Ma soprattutto, solo ora sono venuto a sapere che le volpi non sono gli animali innocui che credevo. Forte della mia ignoranza, ho chiuso la tenda e questa volta ho dormito fino a quando la sveglia non ha cominciato a suonare.

IMG_4527.JPG
Gli attori Chiara Tessiore e Luca Occelli leggono alcuni brani tratti dal romanzo di John Fante, La confraternita dell’uva

Il giorno dopo mi sono successe cose meravigliose, incontri unici e indimenticabili. Ero al settimo cielo, ma ogni tanto venivo preso dal magone: non volevo dormire una notte ancora in quel modo. Anche perché a Torricella avrei dovuto trascorrere non solo quella notte ma anche le due notti successive. La sera, dopo l’ormai abituale cena a base di riso e acqua, ho deciso di provare a chiedere agli alberghi di Torricella – due in totale – una stanza dove passare la notte. La risposta del primo fu negativa e piuttosto asciutta. Sono andato pieno di speranza al secondo. Ho letto l’insegna: Hotel e ristorante Capé. Sono entrato ma non c’era nessuno. Sono uscito e ho trovato all’ingresso un campanello che ho suonato. Una signora robusta e sorridente è arrivata. Mi ha detto che nemmeno loro avevano camere, però per sicurezza è andata a controllare. Niente da fare, non avevano posto. Allora le ho raccontato la mia storia, le speranze tradite e l’aggressione della volpe. La solitudine di un campeggio vuoto e la desolazione di un bagno chimico. Più tardi, altri abitanti di Torricella mi hanno detto che quella signora – la signora Rosanna – era considerata da tutti come una madre, e tale è stata anche per me. Mi ha fatto scendere e mi ha mostrato la sala, accanto alle cucine, dove si riposavano loro. Ricordo il divano dove ho dormito quella notte come il posto più comodo del mondo. Era stretto, mi uscivano le gambe per intero. I braccioli erano troppo alti. Eppure, su quel divano ho dormito con la stessa serenità con cui a un mese dormivo tra le braccia di mia madre.

Credo sia superfluo ma è meglio precisare. Ho dormito su quel divano per tre notti. Mi alzavo alle 8 perché cominciavano a lavorare e non potevo stargli in mezzo ai piedi. Mi hanno offerto colazioni abbondanti e cappuccini meravigliosi. Non mi hanno fatto pagare niente. Ero loro ospite, se non addirittura loro figlio. Grazie Nicola, grazie Rosanna.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...