Gli stereotipi sono pericolosi come un coltello, i pregiudizi come una pistola. I racconti sull’emigrazione di “Sotto un altro cielo”

Un bambino abbandonato su una spiaggia deserta, nomi che non hanno più alcuna ragione di esistere, un mare che non rinfresca ma uccide. La “mostruosità burocratica”, una barca stracarica, un giubbotto che fa acqua da tutte le parti. L’uomo si fa animale ed è costretto a scegliere tra salvare la vita a suo figlio o a uno sconosciuto. Dall’altra parte dello schermo ci siamo noi: spettatori involontari eppure necessari, incapaci di staccare gli occhi da queste storie tanto drammatiche quanto sconvolgenti, come racconta Dacia Maraini in Un corpo gettato via, short story che apre la raccolta. Proviamo orrore, stupore e pure imbarazzo, il sentimento più difficile da accettare. Perché forse non è vero che non possiamo fare niente.

Dacia Maraini, Giampiero Rossi, Gianfranco Di Fiori, Renato Minore, Francesca Pansa,
Pierfrancesco Majorino, Simone Gambacorta, Claudio Volpe, Paolo Di Paolo, Michela Marzano. Loro qualcosa hanno fatto. Hanno impugnato la penna e hanno inciso la carta, con la speranza e la fiducia di scalfire la realtà. L’antologia dei loro racconti si chiama Sotto un altro cielo (Laurana Editore 2016) e ci racconta di un uomo in movimento, di corsa, eternamente in fuga. L’uomo è migrante fin da quando ha cominciato a calcare il suolo copertina_sottounaltrocielo:copertina_ferrero.qxd.qxdterrestre e sicuramente lo rimarrà ancora a lungo. Oggi come ieri, l’uomo si muove per necessità: ha fame e non si fermerà finché non troverà qualcosa per riempire quello stomaco sfinito dalla povertà. Una povertà che, nove volte su dieci, è causata dalla guerra.

Di questo parlano le pagine di Sotto un altro cielo. Si scappa dagli Stati in guerra e dai paesi dove non c’è la possibilità di realizzarsi. È così, infatti, che Shankar – protagonista dell’omonimo racconto di Giampiero Rossi – lascia l’India, nauseato da quel percorso che è costretto a percorrere tutti i giorni, dall’albergo alla Spa e dalla Spa all’albergo. Raccontano vite di fatica e sacrificio, come quella di Adil, che va al lavoro in bici, non col furgone, per risparmiare i soldi necessari all’acquisto delle luci stroboscopiche e colorate con cui da tanto tempo sogna di illuminare un’intera sala da ballo. Tutti i giorni ingoia l’acqua sporca schizzata dalle ruote del furgone su cui viaggiano i suoi colleghi braccianti, ma questo non importa.

Così come non importa essere natii di una terra piuttosto che di un’altra perché siamo venuti al mondo – quasi tutti – dotati di due gambe abbastanza forti da farci attraversare i confini. Siamo capaci di scappare, come è scappata Leonie – nel racconto di Francesca Pansa – da precarie condizioni di vita, e come hanno fatto, nelle pagine dell’Ultima fuga di Renato Minore, Franz Werfel e la moglie Alma, abbandonando una Francia invasa dai tedeschi, nella speranza di raggiungere la salvezza oltre frontiera spagnola. Il futuro va preso contropiede, poco importa se ad aspettarci troveremo un’ospitalità incerta. Qualcuno ce l’ha fatta qualcun altro no. Leonie, per esempio, ora riposa nel cimitero di Pantelleria, sulla spiaggia dell’Arenella. Dove prima regnavano gli ombrelloni, ora governano le tombe.

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Sono vicende che appartengono alla storia dell’uomo, eppure molti sembrano non comprenderle. Paolo Di Paolo – nel suo brano, intitolato L’ignoranza – racconta una Milano razzista, xenofoba e senza cuore, dove un volantino appoggiato sul sedile di un tram è in grado di fare tanti danni quanti una bomba atomica sganciata in un’area densamente popolata. Gli stereotipi sono pericolosi come un coltello, i pregiudizi come una pistola. Leggete questo libro e disintossicatevi da quel razzismo che dilaga, come scrive nella Postfazione Claudio Volpe, «nei programmi televisivi, nei dibattiti politici o nei dialoghi tra persone comuni», un razzismo che nessuna paura può e deve giustificare.

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