La meraviglia di un viaggio guidato dai libri. Per le regioni baltiche, a braccetto con Jaan Kross e Jan Brokken

Sul volo di andata verso Riga accanto a me erano seduti due soggetti che, nel loro agire, mi sono sembrati di buon auspicio. Alla mia sinistra un ragazzone con la barba folta leggeva, da un testo in cirillico, qualche preghiera ortodossa facendosi il tipico segno della croce al contrario ogni minuto che passava; alla mia sinistra una minuta ragazza dai capelli scuri traduceva in lettone la Romance de la pena nigra di Federico Garcia Llorca. Il tramonto fuori dai finestrini era di fuoco e mi sono sentita libera di conciliare il viaggio con un bicchiere di vino rosso.

20151218145118_pazzo_DEF.jpgChe dire di queste due lunghe settimane? Abbiamo attraversato vaste campagne che si perdevano all’orizzonte in cieli carichi di nuvole bianche, perse nell’azzurro più cristallino. Lo sguardo poteva spaziare a 360 gradi su una terra che pare accentuare la tridimensionalità, nonostante la sua placida monotonia. Leggendo “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (Iperborea 2016), famoso autore estone, ho ritrovato tra le pagine la stessa percezione di fertilità e rigogliosità che caratterizza tutta la spianata baltica; le piogge frequenti e il sole estivo fanno crescere stupendi fiori e alberi di melo dai frutti piccoli e croccanti. L’aria delle coste è frizzante, battuta dal vento e puntellata da ciuffi di canne ed erba fino a lambire l’acqua; la sabbia fine e bianca, ricca di frammenti di conchiglie.

Questi Paesi sono stati percorsi dalle popolazioni più svariate, assumendone le caratteristiche e assorbendo culture diverse. Ce lo racconta bene Kross nel suo romanzo, scritto in forma di diario e ambientato nei primi decenni del 1800 quando ancora l’egida zarista dei Romanov calpestava diritti ed usanze dei propri sudditi nelle terre annesse: ritroviamo quindi il cavalierato tedesco, la gente contadina, il clero scolarizzante, i burocrati russi, qualche ebreo, circoli rivoluzionari di autoctoni.

Il libro sembra di fatto scritto in un’altra epoca, ricco di memorie fotografiche e personaggi particolarmente gustosi e sfaccettati, corposi e freschi; la vicenda prende spunto da fatti realmente accaduti e l’autore, vissuto in un’epoca che ancora vedeva l’Estonia priva di indipendenza sotto il regime sovietico, ne ha sfruttato la potenzialità per rimarcare un desiderio di libertà più attuale, attraverso la voce del protagonista Timo Von Bock, il pazzo dello zar appunto.

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Casa tipica di campagna a Rumšiškės

Attraversando il parco di Rumšiškės in Lituania, con le sue dettagliatissime ricostruzioni all’aperto della vita passata delle popolazioni baltiche, si ha un’idea di come dovesse apparire il paesaggio allo sguardo dei personaggi del libro: case in legno colorato dai tetti ricoperti di erba, aiole ricolme di fiori, alberi ricchi di frutta, boschi adatti per la caccia, mulini a vento e fiumi paludosi. Grazie alle parole di Jacob, diarista del romanzo, possiamo anche immaginare lo stesso ambiente ricoperto da una coltre di neve, i passi attutiti sull’erba coperta, il freddo pungente, i ruscelli gelati. Sono soprattutto gli inverni a colpire Timo nella sua prigionia forzata, causata dal desiderio di esprimere allo zar, suo iniziale protettore, tutte le tristi verità di un impero austero, classista ed opprimente.

Tre delle nostre svariate tappe sono state occupate dalla visita delle capitali delle Repubbliche Baltiche: la vivacissima Riga, la placida Vilnius e la fiabesca Tallin.

È anche grazie alle pagine del libro Anime baltiche” di Jan Brokken (Iperborea20150218105746_235_cover_media.jpg
2014)
 che ho deciso di intraprendere questo viaggio in terra straniera; e tuttavia tanto straniera questa terra non sembrava più dopo averlo letto. Brokken percorre varie strade nel suo vagabondare e tutte con mete precise per scoprire o riscoprire la vita di personaggi che hanno fatto la storia, in piccolo o in grande, per i più svariati motivi.

Così a Riga ho ritrovato la libreria del grande Janis Roze, il primo editore di classici in lingua lettone, uomo di immensa cultura, nato in epoca zarista e morto in un campo di concentramento comunista, sopravvissuto a stento a due guerre mondiali, la cui memoria è stata fatta rivivere dai suoi discendenti e da volenterosi amanti del sapere. Mi sono incamminata con il naso all’insù nella via Alberta, ammirando i palazzi in stile Jugendstil costruiti, tra gli altri, dal fantasiosissimo architetto Michail Ėjzenštejn, padre del famoso regista cinematografico: lo Jugendstil riprende il filone art nouveau facendolo proprio, arricchendosi di volti beati di donne formose o di facce antropomorfe inquietanti nascoste da vistosi festoni di foglie in scultura.

A Vilnius sono andata alla ricerca della piccola statua sita all’angolo della strada nella quale si trova la casa dove Roman Kacev, ai più noto come Romain Gary, ha vissuto i suoi primi 12 anni; il bambino in bronzo stringe tra le mani un cappello e guarda verso il cielo, ai piedi un paio di stivaletti e addosso un giubbetto e dei calzoni al ginocchio. Il grande romanziere ebreo dalla vita agitata e angosciosa, morto suicida a Parigi e autore di capolavori come La vita davanti a sé è passato di qua e probabilmente si dirigeva alla vicina sinagoga con i genitori nei giorni di festa; della popolazione ebraica della città sono rimaste poche vestigia, un ricordo di un passato diverso cancellato dai nazisti.

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Monumento in memoria di Romain Gary

Simbolo di una tenacia che si è temprata nei secoli, la collina di croci di Siaulai in Lituania colpisce per la sua unicità: non si tratta di un cimitero ma di un luogo di ricordo, spesso raso al suolo dai più disparati regimi ma sempre pronto a risorgere alla velocità della luce. È una foresta di croci, immagini sacre, Madonne, icone affastellate le une sulle altre, in metallo o legno, altissime o minuscole; l’effetto è sconcertante e di impatto immediato. Qualche chilometro più a nord sorge la reggia di Rundāle del fu duca di Curlandia, un palazzo d’inverno più ristretto ma altrettanto ricco, giallo pallido e bianco, circondato da giardini di rose, siepi di bosso e un geometrico fossato; anche con la pioggerellina l’opera del nostro architetto Rastrelli risulta sublime e Jan Brokken vi ha passeggiato raccontandone la storia, come faccio io tenendomi il suo libro in mano.

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Tallinn dall’alto

Tallinn è impareggiabile, soprattutto se inondata di sole come il giorno in cui ho avuto la fortuna di visitarla. La città vecchia, centro storico minuto e prezioso, si dipana su vicoletti, salite e discese di acciottolato ed è incoronata dai rossi cocuzzoli a cono delle vecchie torri di guardia medievali; dalla terrazza belvedere l’orizzonte fino al mare è punteggiato di guglie di chiese cattoliche, protestanti e ortodosse. In una di queste ultime, la più antica, si sta svolgendo una messa e il pope è nascosto in circonvoluzioni di incenso, le donne coperte da foulard colorati, le bambine annoiate col mento appoggiato alla mano. Sempre ricordandomi quanto racconta Brokken, cammino per le stradine ascoltando le musiche uniche di Arvo Pärt, compositore di pezzi impalpabili e allo stesso tempo emotivamente potentissimi come Spiegel im Spiegel o Für Alina.

Ho capito cosa sta dietro ai silenzi e alla pacatezza di alcune persone incontrate; è capitato anche lo scontro con la diffidenza e il fastidio, l’indifferenza e la noia. I sorrisi, pochi, mi hanno sempre colpito e li ho trovati sulle rive di un lago enorme, il Peipsi in Estonia, tra i venditori di cipolle o a Tallin, sui volti di ragazze in costume tradizionale che vendevano cartoline e souvenirs. Ho guardato il confine con la Russia, nella cittadina di Narva, dove due castelli si fronteggiano separati da un corso d’acqua schiumoso; tutt’intorno le vestigia residenziali d’epoca sovietica e una pioggia scrosciante. Ho camminato sulle altissime dune di sabbia bianca della penisola Curlandese, tra ciuffi d’erba e folate di vento dal mare. Ho pucciato i piedi nel Baltico e l’acqua era sorprendentemente più calda di quanto pensassi.

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Dune di sabbia nella penisola Curlandese

Sono salita sull’aereo di ritorno con la consapevolezza di aver conosciuto un’intera regione anche grazie alle mie letture, siano esse state romanzi o cronache. È un consiglio che mi sento di dare a tutti, dal profondo: viaggiate con un libro in mano che vi racconti delle terre che state esplorando. Non potrete che trarne un gran piacere.

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