Perché possiamo dirci potteriani

L’uscita di un nuovo volume della saga di Harry Potter sta creando aspettative così alte da insinuare sin da ora il dubbio della delusione. Capiamo il perché.

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Il momento più felice della mia vita è stato quando ho iniziato a leggere Harry Potter. Abito in un piccolo paese in cui d’estate i bambini vanno all’oratorio feriale. Durante l’infanzia non ci sono mai andata perché ho sempre fatto schifo nei giochi a squadre o in quelli in cui bisogna correre. Nonostante ciò, ho ricordi positivi delle mie estati; probabilmente perché a casa mia non è mai mancata la compagnia dei libri. La motivazione di tale abbondanza non è forse una delle più nobili, ma poco importa. Per trame oscure ed incomprensibili, mia madre era abbonata all’Euroclub-Mondolibri secondo un contratto satanico che ti obbligava ad ordinare dei libri ogni tre mesi; se non lo facevi, ti arrivavano a casa “i più venduti del trimestre”, e li dovevi comprare. Fregacazzi se erano orridi. I sadici dell’Euroclub te li mandavano e tu li pagavi. Imperituro monumento a questo regime di terrore sono i molti romanzi di Nicholas Sparks accatastati ancora oggi nella mia cantina. L’estate del 1999 il volantino di Mondolibri parlava di un libro per bambini che in Inghilterra aveva riscosso un buon successo e mia madre pensò che, almeno per quel trimestre, sarebbe stata salva. Da qui iniziò tutto; quel libro era Harry Potter e la pietra filosofale.

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Come tutti i ragazzi della mia generazione, ho amato la saga di Harry Potter con quella passione e quella devozione che solo un bambino può provare. Ogni sera delle scuole elementari, ma anche parecchie delle medie e superiori, l’ho dedicata a leggere le avventure di tre amici in una scuola di magia. Ricordo ancora l’ebrezza che provavo quando, per distrazione o per sfida, posticipavo il coprifuoco di cinque o dieci minuti perché avevo la necessità di sapere come si sarebbe concluso un certo capitolo. Harry Potter, in silenzio, ma con fedeltà, mi ha accompagnato per buona parte della mia vita; ho letto HP e la pietra filosofale a sei anni ed ho chiuso HP e il principe mezzosangue quando ero già in terza superiore. Sono passati tanti anni, ma non ho mai pensato di aver buttato via del tempo, io che invoco la morte quando i mezzi pubblici ritardano di 3 minuti.

Si è scritto tanto sul “fenomeno Harry Potter”, ma l’hanno fatto quasi sempre adulti che parlavano intimoriti di “eccessiva immedesimazione” o, spavaldi, della “magia di credere in se stessi”. Chi ha avuto la fortuna di crescere con Harry Potter, sa che non è così. I bambini sono intelligenti e nessuno di loro ha mai pensato che gridare “a Diagon Alley” con della polvere in mano, li avrebbe davvero portati in un altro mondo. (Io ci ho provato più volte e sono sempre qui eh). Inoltre la mente di un cucciolo umano non ha l’obiettivo primario di estrapolare da un romanzo insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni.

I bambini sono intelligenti e nessuno di loro ha mai pensato che gridare “a Diagon Alley” con della polvere in mano, li avrebbe davvero portati in un altro mondo.

Il punto è che noi siamo la generazione Harry Potter perché, da tutto il mondo, ci siamo trovati tra le mani un prodotto letterario talmente avvincente, da farci davvero appassionare alla lettura. Ciò che ci ha spinto a regalare tanto tempo alla saga è stata la bellezza dell’atto della lettura, l’interesse e l’emozione crescente che abbiamo provato facendo scorrere i nostri occhietti sulle pagine. Noi abbiamo riso di gusto quando Malfoy le ha prese da Hermione, abbiamo pianto davvero quando Silente è morto e abbiamo strabuzzato gli occhi quando abbiamo capito la vera identità di Neville. Capitolo dopo capitolo, i personaggi sono diventati nostri amici e sette libri hanno creato una gigantesca famiglia ed un complesso linguaggio che oltrepassa ogni continente.

Con la conclusione dell’infanza però, il modo di osservare il mondo spesso cambia drasticamente. Oggi posso affermare di aver letto romanzi più belli di Harry Potter e non voglio elevare l’opera della Rowling all’olimpo delle Belle Lettere. Tuttavia, se in una libreria vedo la copia di un volume della saga, sorrido di tenerezza nostalgica come se vedessi un amico fidato con il quale ho vissuto, tanto tempo fa, delle avventure stupende ed irripetibili. È un affetto viscerale, costante e francamente non del tutto comprensibile, quello che nutro verso Harry Potter. Ma il fatto sorprendente è che questo atteggiamento contraddistingue la maggior parte di coloro che hanno conosciuto il mondo di Hogwarts da bambini. Siamo una generazione di potteriani perché, anche se adulti, Harry Potter è quella seconda casa in cui ogni tanto amiamo tornare, anche solo per ricordare quanto magica è stata quell’avventura in cui ci siamo imbattuti tanto tempo fa.

Ottavo libro di Harry Potter, sappi che se rovini tutto questo, farò finta che tu non sia mai esistito.

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