«E poi dicono che sono io a imitare Kafka. È la vita direi». Lo scriptorium di Buzzati

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Incontrai per la prima volta Dino Buzzati negli anni 2000, quando probabilmente ero ancora un po’ troppo giovane per capirne qualcosa. Lui era da sempre appartenuto al «Corriere della sera». Le sue doti di scrittore si erano rivelate per la prima volta nel 1933, quando, non ancora trentenne, aveva accumulato decine di esperienze fantastiche da raccontare. Il suo primo testo lungo fu Bàrnabo delle montagne, la cui originalità sfuggì ai letterati di Italia e Germania. Il secondo invece ebbe ancor meno fortuna: Il segreto del bosco vecchio fu ammirato solo da chi poteva ritenerlo un capolavoro per le sue virtù scrittorie. Niente a che vedere con le storie di cui scrisse nei libri successivi. Mi riferisco al Deserto dei tartari, che nel 1940 sconvolgeva come riesce ancora a fare nel 2000. Il romanzo inaugurava una nuova collezione di Leo Longanesi, di cui fecero parte poco dopo anche La via del tabacco di Caldwell e altri scritti di Soldati, Gogol e Brancati.

La poetica della dignità

Con questi primi testi il filo conduttore della poetica era già segnato: la grandezza e la dignità della vita in solitudine, l’esistenza dominata dall’angoscia dell’attesa e dal sogno di un salvezza incantevole pronta a non arrivare mai. Fin dal Bàrnabo era già chiaro che gli animali di Buzzati, come le cornacchie ad esempio, appartenessero al mondo umano interiore. I personaggi dello scrittore avevano la grande capacità di agire ad ogni battito del cuore, come animali a sangue freddo. Il suo idolo? Kafka: «E poi dicono che sono io a imitare Kafka. È la vita direi». Ne visitò i suoi luoghi a Praga, lo esorcizzò e allo stesso tempo lo riscoprì sua guida spirituale. Per Buzzati, più che un viaggio quello fu un pellegrinaggio.

Un-amore

Un gioco fatto di attese universali e catastrofiche

I sessanta racconti vinsero il premio Strega. Spaziavano un’arte ch’era natura del gioco. Un gioco particolare e caratteristico, fatto di attese universali e catastrofiche; allegorie fiabesche e combinazioni di simbologie fatali. L’amore divenne mestizia quando nel 1959 il celebre Un amore prendeva forma. Un caro amico di Buzzati dichiarò che fino ad allora lo scrittore pensava che il più puro sentimento fosse facile e formale. Poi da quel momento non solo la vita, ma anche l’amore divenne un’attesa sfuggevole. Laide, la figura buzzatiana per eccellenza, non era altro che la rappresentazione di un amore ingannevole nelle attese e negli appuntamenti mancatiIl libro è una fiaba erotica che finisce in bellezza. La donna è un groviglio di sentimenti, non vi è quasi certezza della sua esistenza.

L’amore è avventura

Si inaugura quindi l’amore sessuale, un’avventura veloce e disincantata, fatta di menzogne, di giochi imbarazzanti e intensi tira e molla, che esasperano il lettore e che disilludono il protagonista. Credere nell’amore non è facile, e non è che Buzzati ci voglia dire che l’amore non esiste. Semplicemente, ce ne sono pochi. Veri.

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