La forza del racconto. Intervista a Vanina Sartorio

Sartorio

Diverso tempo fa, sfogliando “Il momento è delicato” di Ammaniti, mi colpì molto una frase contenuta nella prefazione. Lo scrittore romano faceva una considerazione che suonava più o meno così: se c’è una cosa che ho capito facendo lo scrittore è che i racconti non vendono. In effetti, il racconto nella letteratura italiana, salvo alcune eccezioni di spicco rappresentate, tra le altre, dai vari Pirandello, Buzzati e Verga, ha sempre avuto un ruolo di secondo piano rispetto al romanzo. 

Ben diverso il discorso oltreoceano, dove invece il racconto viene considerata la forma narrativa perfetta, e vi è una sorta di adorazione per i maestri della letteratura breve, Raymond Carver su tutti. Lo stesso Faulkner, uno dei più grandi romanzieri del ‘900, in una sua intervista ha dichiarato: “Forse ogni romanziere desidera innanzitutto scrivere poesie, si accorge di non esserne in grado, e quindi prova con il racconto, che è la forma letteraria più difficile dopo la poesia. E, fallendo pure in questa, solo allora comincia a scrivere romanzi”. Va segnalato che negli ultimi anni, anche in Italia, il racconto sta finalmente conquistando quel ruolo di piena dignità letteraria che gli spetta, grazie anche alla produzione di scrittori emergenti.

Di questo e molto altro vogliamo parlare con Vanina Sartorio, classe 1978, che ha pubblicato un’interessante raccolta di racconti intitolata “Racconti e disincanti”, edita da 13Lab Editore, che si caratterizza per la sua freschezza, nonostante l’importanza e la crudezza dei temi trattati.

Ma è la stessa autrice a presentarci meglio l’opera nell’intervista che segue.

L’intervista

Buongiorno Vanina. Partiamo dal diverso ruolo del racconto nella letteratura italiana rispetto a quella americana, ad esempio. Qual è il tuo punto di vista sull’importanza della narrativa breve?

I nomi di importanti autori italiani che si sono distinti anche grazie alla scrittura di racconti brevi e che hai citato nella tua introduzione (oltre a Calvino, Cassola, Tabucchi, Svevo e molti altri), ci fanno subito rendere conto del fatto che questa forma letteraria ha avuto in passato, se non pari diffusione, quantomeno pari dignità del romanzoSi tratta infatti di autori fondamentali, che si sono cimentati indifferentemente nella stesura di novelle e romanzi. È con la successiva massificazione e mercificazione del libro come prodotto da intrattenimento che a mio avviso, in un paese come l’Italia dove comunque si legge molto poco, il racconto ha perso terreno. Perché il romanzo dà l’opportunità al lettore di affezionarsi ai personaggi e quindi di vivere con maggiore empatia lo svolgimento della trama; “se leggo due libri all’anno”, sembra pensare il lettore medio italiano “almeno mi devo riuscire a immedesimare!”. Da qui il successo delle letture facili da ombrellone tipo le biografie dei calciatori, cuochi, ecc.

Senza entrare però eccessivamente in polemica, quello che voglio dire è che la lettura dei racconti, anche se maneggevole perchè veloce, è mediamente più impegnativa; è la fotografia di un breve lasso di tempo, non è conclusiva, spesso lascia i personaggi sospesi e il lettore con essi, non è rassicurante quindi. Per questo la lettura dei racconti sembra essere riservata all’enclave dei lettori accaniti che ovviamente hanno letto “I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway, conoscono John Cheever, Raymond Carver, James Joyce, Alice Munro, recentemente premiata col Nobel per la letteratura, la quale ha scritto un solo romanzo e numerosissimi racconti. Per quanto mi riguarda ritengo che il racconto breve, il racconto lungo e il romanzo siano degli strumenti narrativi e come tali vadano utilizzati; ci sono storie che, se narrate con un racconto, ci diranno qualcosa di diverso che se invece venissero raccontate con un romanzo.

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Alice Munro

Dipende dunque da quello che lo scrittore vuole comunicare e in base a ciò sceglierà la forma più efficace. Quello che amo dello scrivere racconti è che la necessità della sintesi mi obbliga a ragionare maggiormente sulla scelta di ogni parola e la brevità complessiva mi aiuta a tenere sotto controllo l’insieme, così da riuscire a comporre un mosaico in cui ogni tessera si accosta perfettamente alle altre, così da produrre l’immagine più efficace e precisa.

Ora possiamo entrare appieno nella tua opera d’esordio “Racconti e disincanti”. Ce la puoi presentare?

9788894073348BSi tratta di una raccolta di racconti che si differenziano tra loro per lunghezza, tono, complessità e tipologia di personaggi, ma che sono legati insieme dal filo conduttore del disincantoTutti gli undici racconti infatti colgono il personaggio principale in un momento in cui arriva una disillusione che lo pone di fronte a una nuova consapevolezza su se stesso, sulla propria vita e molto spesso sulla propria incapacità di affrontarla. Sono storie comuni, alcune più cupe, altre più leggere, ma tutte alludono al cambiamento che avverrà o è avvenuto in seguito al disincanto. È una sorta di epifania che in un attimo cancella la realtà precostituita, nella quale il personaggio vegetava, per obbligarlo a muovere verso il cambiamento.

Abbiamo apprezzato i tuoi racconti per la particolare delicatezza (tipicamente femminile) utilizzata per raccontare tematiche a volte anche aspre. Da cosa deriva questo equilibrio?

Credo dipenda dalla volontà di mantenere una totale mancanza di giudizio sui miei personaggiMolti di loro commettono azioni deplorevoli, ma il mio intento con questi racconti è stato proprio quello di sospendere il pregiudizio, dettato dai luoghi comuni e dalle frasi fatte, non per giustificare, ma semplicemente per provare a capire. Quando ci si sforza di comprendere l’agire umano credo sia necessario procedere in punta di piedi, non per paura di prendere posizione, ma perché spesso, se si osserva nel profondo, ci si trova di fronte a uno specchio.

Ho voluto provare a far calare il lettore, ad esempio, nella vita di una madre che medita di soffocare il suo bambino perché ero stufa di sentire dire che una donna deve amare incessantemente, ogni secondo della sua vita, il proprio figlio; può anche arrivare a odiarlo in determinate circostanze, pur senza diventare per forza una cattiva madre o essere additata come una pazza. E poi mi piace scandalizzare anche un po’ il lettore, senza ricorrere a chissà quali stratagemmi, basta la descrizione della normale, folle fragilità umana per farlo. Perché come disse Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista a una televisione francese: “Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista”.

“Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista”.

Pier Paolo Pasolini

Pur essendo un’opera d’esordio, “Racconti e disincanti” si presenta già come un testo molto maturo. Come riesci a delineare con precisione i personaggi in poche pagine?

Se ci sono davvero riuscita, ho raggiunto uno dei principali obiettivi che mi prefiggo con la scrittura. Penso che una delle doti che non possono mancare a chi scrive sia lo spirito di osservazione, la capacità di cogliere attorno a sè i piccoli indizi rivelatori sulle persone e le situazioni reali per poi riportarli su carta. Mi focalizzo molto sui gesti e i dialoghi, ma mi piace anche appoggiarmi a simboli e immagini che portino il lettore a scorgere ciò che può suggerire la complessità e le infinite sfumature di un carattere, di una personalità.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quelli che pensi possano averti influenzato maggiormente?

Tra quelli citati nella tua introduzione, sono sempre stata affascinata dal “realismo magico” di Buzzati, approccio alla realtà che da un certo punto in poi ho sempre privilegiato nei miei racconti. Gli ultimi miei lavori infatti accentuano questa visione trasversale che mi consente di indagare con maggiore libertà l’inconscio dei miei personaggi. Tra i classici amo la letteratura russa di Tolstoj e Dostoevsky, Balzac (“Le illusioni perdute” oltretutto l’ho letto proprio mentre scrivevo i racconti) e Flaubert, considero un maestro di tecnica e forma Graham Greene, un genio William Faulkner e adoro la poetica ironia di William McIlvanneyHo però una passione sfrenata per Richard Yates dal quale spero di essere stata influenzata per la sua incredibile capacità di delineare situazioni e personaggi attraverso i piccoli dettagli.

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Richard Yates

Non possiamo che concludere parlando dei tuoi progetti futuri. Hai una nuova opera in cantiere?

Sto lavorando da tre anni ormai a un romanzo di cui però ancora non mi convince la caratterizzazione della protagonista e quindi voglio rifletterci ancora un po’ su. Nel frattempo mi tengo in allenamento anche con i racconti: ne ho scritto uno lungo che non è contenuto nella raccolta e che è stato premiato al concorso letterario “Città di Livorno 2015” e ne ho in cantiere altri due.

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