“La cattività dell’onesto” (Seconda Puntata)

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Dopo aver aspettato in corridoio per un tempo che ad Angelo era parso interminabile, a nonno Paolo e il ragazzo venne data la licenza di tornare a casa. La macchina, una Opel Kadet del 1992, procedeva lentamente sulla strada stretta: non perché stretta in sé ma perché invasa da macchine parcheggiate in seconda, terza e a volte in quarta fila. Due o tre finestrini saltarono lungo il tragitto ma nessuno se ne curò.

Combattuto se strigliare il nipote o tornare alla lettura del suo romanzo, il nonno scelse la prima opzione, più per non dover poi sentirsi in colpa che per altro. Con poca convinzione parlò per un intero quarto d’ora della necessità di vivere in maniera responsabile, di comportarsi bene a scuola, per poi soffermarsi su quanto sia importante avere una buona educazione. Le sue parole – pronunciate con una lentezza asfissiante – sortivano nell’oratore l’effetto di una di quelle commedie americane che guardiamo sul divano dopo una sfiancante giornata di lavoro, dopo aver cenato e aver lasciato la cucina in grado di dar lavoro a dodici lavapiatti. Il discorso portava al sonno. L’unica cosa a tenere sveglio il vecchio era un certo latente fastidio che non riusciva ad accettare, ovvero il pensiero di quante pagine del romanzo avrebbe potuto leggere se solo Angelo non si fosse fatto mandare dal Preside.

Angelo invece era elettrizzato. Le parole del nonno sembravano provenire da una stanza lontana, situata chilometri e chilometri di distanza dal divano sul quale sedeva. La sua schiena era ritta e i pugni serrati. La lingua premeva contro i denti inferiori. Cos’era successo nell’ufficio del preside? Non riusciva a spiegarselo. Aveva sentito solo una forte energia partirgli dalla nuca, attraversargli la parte alta della schiena per poi scorrere lungo il braccio e raggiungere la mano nel momento esatto in cui il palmo aveva colpito la scrivania. Era come se un fulmine si fosse impossessato di lui, come se – avrebbe detto molti anni più tardi, ripensando a quella scena – come se energia allo stato libero, non imprigionata, si fosse impossessata del suo corpo. O era stato il suo corpo in grado di incanalare quell’energia? Ma, in fondo, non gli interessava trovare risposta a quelle domande. Voleva solo riprovare quell’agghiacciante sensazione.

Il nonno aveva finito il suo discorso e stava raccogliendo da terra il libro come un sedicenne abituato ad allungare di nascosto la mano per toccare il culo della sua amica girata di spalle. Angelo tirò su lo zaino e salì in camera sua. Buttò per terra la borsa e si appoggiò sul suo letto. Aiutandosi coi piedi si tolse le scarpe e le scaraventò contro il muro, senza alcun bisogno di utilizzare le mani, mostrando con ciò una certa abitudine al gesto. La scrivania era posta sotto la finestra, in una posizione ottimale per ricevere un’adeguata illuminazione. Non avrebbe avuto bisogno della lampadina se solo non ci fosse stato un palazzo esattamente di fronte. Angelo era esagitato. Aperta la finestra, scaraventò giù in strada tutti i libri rimasti aperti dal giorno prima e con forza batté la mano sul ripiano, nella speranza di rivivere quanto era successo poco prima a scuola. Non sentì niente, a parte  l’urlo della vicina, malata di cancro, che non riuscendo a dormire si era messa a urlare, infastidita dal baccano. Ci riprovò. SBAM, SBAM, SBAM. Ma non c’era niente da fare. L’unica cosa che ottenne fu un ulteriore incremento di urla e bestemmie proveniente da oltre il muro. Indispettito per quella che considerò una mancanza di rispetto da parte della vicina – “Non è che se ha il parkinson può urlare quanto vuole!” – tirò un calcio alla gamba del letto. In men che non si dica si sentì spingere via in direzione opposta al letto, come se fosse rimbalzato su un tappeto elastico. La spinta fu tale che cadde dalla finestra. Un gabbiano lo accompagnò per qualche metro, lungo quella folle caduta. Sembrava gli stesse facendo l’occhiolino. Guardando giù vedeva le macchine ingrandirsi a dismisura: da minuscoli insetti gialli e neri divennero enormi, quando la distanza da terra si stava ormai riducendo al nulla. Tempo dopo l’urto col suolo riaprì gli occhi e si rese conto di essere sdraiato sul freddo cemento della strada con la testa appoggiata sul suo libro di storia.

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