Conversazione a Milano. Intervista a Gillo Dorfles

 

 

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Scegliere di intervistare Gillo Dorfles non è stato un caso. Pensavo a qualcuno che potesse documentarmi «Il Politecnico», qualcuno “del gruppo” da intervistare per capire qualcosa in più di quel mondo che io ho letto solo dai libri.

Quel palazzone grigio e marrone l’avrò visto centinaia di volte camminando tra le vie dietro Porta Venezia. Mai avrei immaginato che Gillo Dorfles abitasse proprio lì. Quel soleggiato pomeriggio di ottobre, un piccolo ascensore vecchio stile mi ha portata all’entrata del suo appartamento. Mi è parso di entrare in un luogo sacro, dove la luce debole di una tapparella alzata per metà sembrava avesse poca intenzione di illuminare tutto il salotto.

C’erano libri ovunque: sul pavimento, pile di volumi come torri fortificate, sul pianoforte a coda, una lettura sull’altra disposte ordinatamente; sul tavolino, un puzzle di testi. Le opere d’arte, le sue, stavano negli angoli della sala: un totem e due Argo a custodire gelosamente le tele esposte nella stanza, tra le quali scorgevo un Fontana dall’indiscusso taglio preciso, impossibile da confondere.

Dorfles mi invitò a sedermi sul divano – «chissà chi si è seduto qui, prima di me» – e lesse le mie domande in quello scorcio di luce temperata, di fronte alla tapparella a mezz’asta. Sembrava avere già tutte le risposte.

L’intervista

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La prima curiosità riguarda il suo modo di fare arte. Laureato in psichiatria, ma esperto di design, architettura, comunicazione ed estetica, è sia critico d’arte che artista. Per intraprendere entrambi i mestieri ha dovuto lottare con la critica contemporanea che da sempre tende a dividerli?

La gente è sempre insospettita dal mio essere critico d’arte e allo stesso tempo artista. Per conto mio è sbagliato. La chiave è essere sensibili, sia per chi critica l’arte sia per chi la crea. Senza sensibilità non si è né critici né artisti.

Ci può parlare del suo ultimo libro, Gli artisti che ho incontrato?

Il nuovo libro, edito da Skira, tratta cinquecento presentazioni di artisti. L’idea è nata dalla volontà di raccogliere gli articoli pubblicati dal 1930 fino ai giorni nostri per approfondire, secondo il mio parere critico, il racconto dell’arte del XX secolo.

Quindi di ogni artista ha presentato le immagini?

Purtroppo se ogni presentazione fosse stata illustrata il libro sarebbe uscito in quattro volumi. Parlando di rapporto tra immagine e artista bisogna ricordare che la peculiarità di un’opera d’arte è di essere creata dalla fantasia dell’artista.

Qual è la funzione che attribuisce al dialogo tra testo e immagine?

Il rapporto tra immagine e testo letterario è diverso da quello che lega l’immagine all’artista. La scrittura, il testo, può suscitare delle immagini in chi legge, ma è una cosa completamente soggettiva. Un lettore sensibile, leggendo un testo, soprattutto un romanzo ma anche la descrizione di un paesaggio, avrà immediatamente delle immagini che si sviluppano nel cervello. Resta comunque che si tratta di un fatto soggettivo, non univoco.

«Il Politecnico» usciva nel 1945, edito da Einaudi e diretto da Vittorini. Lei lo ha letto alla prima pubblicazione?

La pubblicazione del «Politecnico» è stata importante per quel periodo. Ho scritto sul «Politecnico» e l’ho sempre seguito. È stata una delle pubblicazioni più d’avanguardia, anche se in seguito ha perso la sua efficacia.

Qual era la reazione del lettore degli anni ’40-’50 di fronte all’utilizzo delle immagini in relazione al testo?

«Il Politecnico» ha avuto subito un notevole successo perché, anche se era nuovo nel suo genere, il pubblico appena appena colto era molto affascinato dal sincretismo tra immagine e testo. Le immagini seguivano le parole. Era però molto difficile poterlo illustrare perché lo poteva fare solo l’autore del testo. Cioè quando le parole dello scrittore dovevano entrare in sintonia con le immagini di un estraneo: si rischiava di non rispondere alla realtà del testo. Io quando scrivo penso a scrivere e non a immaginare anche perché scrivo per lo più articoli, non romanzi.

Elio Vittorini si può definire uno scrittore visivo?

Secondo il mio parere no. Vittorini era uno scrittore con una sensibilità notevole per la visualità, ma non penso si possa definire uno scrittore visivo.

Com’è stato conoscere Vittorini e Steiner?

Anche Albe Steiner è stata una persona di rilievo: aveva molta sensibilità per il panorama visivo, anche se non era un letterato. La sua posizione era soprattutto quella di un grafico e di uno specialista dell’arte visiva. Vittorini è stato per me un contatto molto importante, i rapporti con lui sono sempre stati ottimi.

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