Se la realtà può essere bella, l’inverno la rende sublime. “L’invenzione dell’inverno” di Adam Gopnik

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Lo so. Non è proprio il periodo adatto per recensire un libro che tratta dell’inverno, del freddo, dell’hockey sul ghiaccio, del Natale, del silenzio e del buio di una notte nevosa di dicembre. So anche però che la letteratura, come tutte le arti, non ha regole e anzi, se è trasgressiva, risulterà molto più emozionante. Quindi credo proprio che il momento giusto per leggere questo meraviglioso libro sia proprio quando i fiori iniziano a sbocciare, il sole a riscaldare e le la vita a risorgere.

Le notti di dicembre

Non c’è luce senza buio

È proprio  questo “ri” che ci suggerisce una verità ovvia, ma che spesso ci dimentichiamo, ovvero il fatto che senza un periodo di buio e freddo non si apprezzerebbe la luce e il  tepore. È a partire da questo ovvio e antico concetto che Gopnik condurrà il suo libro, sviscerando nel finale tutto il suo amore per l’inverno, proprio a causa di questo buio, per il mistero insito nelle notti di dicembre, per la sublime emozione che suscita in tutti il primo giorno di neve.

“L’inverno diventa un altro tipo di primavera, una primavera per esteti che trovano il verde d’aprile troppo comune, ma che offre la stessa elevazione emozionale della speranza, lo stesso piacere di una serena lentezza che si dispiega: la leggerezza del ghiaccio, la trasparenza cromatica della neve sui rami del nocciolo, la scena immobile dell’alba, il fiume semigelato”.

Storie vere di uomini veri

Il libro è una raccolta di saggi; il che può sicuramente far paura, soprattutto ai lettori meno esperti, ma nel momento in cui vi imbatterete nel racconto di storie vere, di uomini veri che nell’Ottocento, su caravelle di legno, si inoltravano nel circolo polare artico senza sufficienti scorte di cibo e senza immaginare il freddo cui andavano incontro, il termine tecnico “saggio” verrà istantaneamente dimenticato. Gopnik mi ha messo in difficoltà, in quanto possiede un’arte nello scrivere che renderebbe vano qualunque tentativo di descrivere i contenuti del libro. Egli è in grado di considerare l’inverno filosoficamente, astrologicamente, psicologicamente, ma nello stesso tempo di vederlo con gli occhi stupefatti di un bambino che guarda la neve e scriverne in modo altrettanto semplice e mai tedioso.

Dalla paura all’amore

Si può dire in breve (molto in breve) che Gopnik vara le epoche, dall’ottocento fino ai giorni nostri, per darci un’idea di come l’inverno è stato visto nel tempo; prima come qualcosa che faceva paura, da cui bisognava ripararsi, che distruggeva i raccolti e portava sofferenze, poi come qualcosa che le persone amano, grazie anche alla diffusione dell’Hockey sul ghiaccio (grande passione di Gopnik), ma soprattutto alle esplorazioni dei Circoli Polari. Oggi viviamo questa stagione appieno, con lo sci, le vacanze in montagna, il portare i bambini a giocare a palle di neve, ma soprattutto con il nostro amato Natale.

Da Andersen a Vivaldi

In particolare però mi sono realmente commossa nei momenti in cui Gopnik ci dice quanto le arti diano sempre più attenzione a questa stagione, a partire da Friedrich col suo dipinto Cimitero del monastero sotto la neve, arrivando a Shubert con Winterreise, passando per Andersen con la più bella e misteriosa di tutte le fiabe romantiche sull’inverno La regina delle nevi, fino ad oggi con la meravigliosa canzone di Joni Mitchel River e la poesia di Randall Jarrell 90 North. Per non parlare poi dell’ Inverno di Vivaldi che per la prima volta nell’ottocento, con la sua melodia stranamente gioiosa, ha reso la percezione dell’inverno immediatamente meno drammatica.

5381 cristalli di neve

Non ho mai amato l’inverno e non farò certamente salti di gioia quando le temperature inizieranno ad abbassarsi e le giornate ad accorciarsi ma, pensando a quei 5381 cristalli di neve fotografati con tanto ardore da Wilson Bentley, al coraggio che spinse gli esploratori verso i poli, agli eschimesi che hanno più di trenta parole per riferirsi alla neve, il mio cuore ne trarrà beneficio. Gopnik esprime molto meglio di ciò che posso fare io quello che, grazie anche a questo libro, potrò provare all’arrivo dell’inverno.

“Ammiro la meditazione orientale che cerca di ricondurci a quel vuoto senza possibilità di scelta che è la realtà. Ma il mio cuore sta dall’altra parte, con lo sforzo tutto umano di fingere che quanto vediamo non sia freddo, vuoto, biancore, ma proprio l’inverno vero, l’Inverno di Vivaldi, la desolazione di Shubert, gli eleganti Effets di Monet. Non dubito che attribuire sentimenti umani laddove non ce n’è nessuno sia un errore, d’altra parte è un errore che rende possibile accogliere la fine, che da un senso al dolore”.

Un guerriero con la spada sguainata

È la positività data proprio dal mistero dell’inverno che lo rende così affascinante, il fatto che un albero ricoperto di neve può sembrare un guerriero con una spada sguainata, che le luci di Natale rendono una casa subito più accogliente, che su un lago ricoperto di ghiaccio ci si può danzare. Se la realtà può essere bella, l’inverno la rende sublime.

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