POKER D’ASSI – Film horror

A tutti i patiti dell’orrore, del brivido, del sangue a schizzi, del muahahahaha, delle urla di terrore e delle morti assurde, agli amanti dei vampiri, degli zombie che saltano fuori dagli armadi, ai fanatici dello splatter, delle mutilazioni, del sangue a schizzi, a tutti costoro, ho reso l’idea?, chiedo di girare al largo.
Per salvare la faccia, capite.
Perché anche se li presento come horror, questi film non fanno così paura.
Perché la verità è che, sebbene desideri con tutto il cuore appartenere alla ristretta cerchia dei coraggiosi, che ogniqualvolta infliggono un film dell’orrore ad amici godono della loro paura, mentre quelli terrorizzati tirano le lenzuola fino alle orecchie e si domandano: «perché?», la verità è che io sono tra quelli sotto le lenzuola.
La verità è che appartengo alla più deprecabile cerchia di quelli che, all’apice della tensione, azzerano il volume, o socchiudono gli occhi fingendo un colpo di sonno, o tirano fuori dalle tasche oscure pezze giustificative mimanti non meglio specificate cardiopatie congenite.
Ho reso l’idea? Fatemene dire ancora una.
La verità è che, in un’ideale classifica delle specie viventi più paurose, mi collocherei terzo con un punteggio di 96.64 su 100, davanti all’opossum nano del Borneo ma subito dietro al capriolo fulvo dell’Appenino Tosco-Emiliano.
Ergo: non me ne vogliate, arditi di tutta Italia! Il Vostro ha fatto quello che ha potuto.
Chi invece come me, per usare un gioco di parole, la pusillanimità non paventa, proceda pure tranquillamente come fosse a casa… Enjoy!  MdA

  1. Riget (Lars Von Trier)

  2. Rosemary’s baby (Roman Polanski)

  3. Birds (Alfred Hitchcock)

  4. Spoorloos (George Sluizer)

The kingdom – Riget (Lars Von Trier)

Nato dalla costola dell’ambizioso progetto televisivo di Von Trier, Riget condensa in un unico, monumentale filmone di 4 ore e mezza i primi quattro episodi della miniserie omonima, che si arrestò dolorosamente al termine della seconda stagione, a seguito della scomparsa di buona parte dei principali membri del cast.
Ora ritengo sia istruttivo che vi racconti la storia del mio personale rapporto con quest’opera: correvano gli anni felici dei primi studi universitari, quando ancora “fuoricorso” era una parola dal suono vago ed esotico, da sillabare con meraviglia. Allora ero solito guardare, con una costanza degna forse di miglior causa, circa un film al giorno. Una volta, dunque, la mia scelta ricadde proprio su Riget.
Ammetto che la sua durata mi intimoriva. Per farmi coraggio, mi ripetevo che, trattandosi di una serie di quattro puntate, avrei sempre potuto diluirne la visione in più tempi… «Massì – mi dicevo –sbrigo il primo episodio, domani il secondo, tempo un’ora faccio la spesa riempio il frigo, gioco all’enalotto i numeri che ho sognato e mi vedo con X in centrale» (per questioni di privacy, indicherò con X il nome della mia ragazza all’epoca dei fatti).
Inutile dire che quella sera digiunai, la schedina che non andai a giocare vinse, e anche X dal canto suo mi piantò, dopo avermi aspettato in centrale più di un’ora.
Beh. Avrei voluto spiegarmi, ma non me ne diede l’occasione. Del resto dubito avrebbe capito. Ma se è vero che il tempo lenisce i rancori, voglio provare a farlo ora, impostando questa recensione come una breve ma accorata missiva ad personam, non me ne vogliate, un’apologia in forma epistolare, et voilà:

«Cara X, questo film è una figata. Come potevo sapere che, una volta iniziato, non sarei riuscito a smettere? Ho letto su Focus che lo span di concentrazione di un essere umano è di circa un’ora, un’ora e mezza – il mio è molto più basso, te lo garantisco. Com’è possibile, ti chiederai, che sia rimasto incollato allo schermo per la bellezza di 4 ore?
Vedi X, Von Trier è così brillante: come ti ammalia, come ti ipnotizza con le sue grottesche caricature, le sue sagome surreali, come ti stupisce, con le sue trovate da Grand-Guignol, e come ti prende amabilmente per il culo, con quei giochini con la telecamera! Non c’è un attimo morto in questa dissacratoria commedia degli equivoci. Mi ha sommerso prima che potessi pensarci. Lo ammetto: mi sono innnamorato. Capisco che tu ti sia sentita tradita – non a torto. Spero solo che tu possa perdonarmi. E spero che dopo avermi perdonato lo guardi, questo film. No, non importa se il finale lascia irrisolte un mucchio di domande e la storia si interrompe a metà. Non sarai una di quelle stronze che, se non hanno chiara ogni virgola di un film, non riescono ad apprezzarlo. No… Allora sai che ti dico, son contento che tra noi è finita. Sì. E ti sta bene se ci sei stata male. No.– Col cazzo che mi dispiace.»

Scusate, mi son fatto prendere la mano, ma vado in bestia su ‘ste cose. Come ho detto, la stagione è rimasta incompiuta. Quindi non saprete mai come va a finire. Ma chissenefrega, no? Michelangelo si faceva mica tante pippe, su. Rimane comunque una delle cose migliori che potete trovare in circolazione. Ah, e no, non fa paura, per cui classificarlo come horror suona un tantino esagerato. Ma da qualche parte dovevo pur metterlo. Un abbraccio!
Durata: 280 min.

Rosemary’s baby (Roman Polanski)

Un esempio magistrale di gestione del ritmo e della suspense. Capolavoro di sintesi e manipolazione dello spettatore. Più grottesco che pauroso, persino comico. Polanski stratega impeccabile. Mia Farrow eroica.
Durata: 136 min.

Gli uccelli (Alfred Hitchcock)

Il miglior Hitchcock: unisce il dettaglio realistico a quello onirico (della materia di cui sono fatti gli incubi), ottiene un’eco universale. Per un po’ di tempo non riuscirete a guardare i piccioni alla stessa maniera. Risveglia paure ancestrali; un classico.
Durata: 120 min.

Spoorloos (George Sluizer)

Il mistero della donna scomparsa.png

Quarta posizione combattuta. I possibili candidati erano tutti validi: La mosca, La cosa… tanti altri che non ho visto… Non dubito ce ne siano molti migliori di questo. L’ho scelto perchè possiede un’idea alla base molto forte, destinata a durare nella mente dello spettatore; si pianta in testa tipo spora. Il turbamento che lascia è dato non tanto dai brividi di genere (non molti), ma dalla drammaticità delle vicende umane del protagonista. Forte. Di tutti e quattro, il meno consigliato agli animi sensibili.
Durata: 107 min.

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