POKER D’ASSI – Film documentari

Ecco un genere che solitamente, a torto o ragione, ascriviamo al macrogenere “Pesantone”.
Beh, chi sono io per giudicare. D’altronde è proprio vero. I documentari sono, il più volte, una mazzata sui coglioni, scusate la parola, non volevo dire mazzata: una trebbiatrice sui coglioni, un trapano elettrico, una gru carico-scarico.
È tutto vero, verissimo. Però dobbiamo riconoscere, se ancora ci resta un briciolo di onestà in corpo, che sono pure una di quelle cose che, se ti prendono, non ti mollano più. Se hai la pazienza di arrivare fino in fondo, se mantieni la concentrazione anche se in TV danno Mad Max, è impossibile dire la densità di riverberi che lascia la visione di un documentario di razza buona, macrogenere “Intellettualoide”.
Credetemi sulla fiducia. Non parliamo di Discovery channel. Qui non troverete lotte tra cobra, nè saprete qualcosa di più sulle fantasie sessuali dei babbuini al termine di questo articolo. Mi spiace. E non parliamo neanche – scusate – di Michael Moore (con tutto il rispetto): “non per politica, ma per amore” (cit.).
Bando alle ciance e presentiamo i nostri candidati:

  1. Sans soleil (Chris Marker)

  2. The act of killing (Joshua Oppenheimer)

  3. Les maîtres fous (Jean Rouch)

  4. Apocalisse nel deserto (Werner Herzog)

Sans soleil (Chris Marker)

Per questo – che reputo niente niente che il maggior film nella storia del cinema tutto – rimando alla recensione che ne ho tratto qualche tempo fa, che potete trovare qui. Aggiungo solo che, in Sans soleil, Chris Marker fa bene ciò che James Joyce faceva male. Non per colpa sua, JJ era anche bravo, ma per limiti strutturali: la pretesa rappresentazione della coscienza nel suo farsi non può essere risolta attraverso un mezzo puramente linguistico – non può essere mediata dalle parole, ma dalle immagini. Il succo è questo: si può fotografare la mente solo attraverso immagini, perché la mente vive e riflette per immagini (su cui proietta parole). L’ho buttata sul pesantone, ora non è che il film sia palloso o che uno si faccia tutte ‘ste pippe mentre lo guarda. Le elucubrazioni sono pallose, no il film. Perciò guardatelo. Via, sarà un’ora e mezza ben spesa della vostra vita.
Durata: 103 min.

The act of killing (Joshua Oppenheimer)

Quale valore ha il cinema rispetto ad altre forme d’arte?

Prendiamo il teatro. Il teatro vive del presente, è mutazione continua, magma, chimismo esplosivo delle parti reagenti, grazie alla carne e al cuore sempre diversi dell’attore in scena. Il cinema è altro: è passato, cristallizzazione, stasi. C’è un ritardo incolmabile tra cinema e teatro. Perché, allora, il cinema? Gli effetti speciali, vabeh. Il montaggio, ok… Chiariamo subito che non esistono risposte definitive. Alcuni autori però, con la loro opera, suggeriscono soluzioni possibili.

Ci sono momenti nella vita che sono irripetibili. A rigore, tutti i momenti lo sono. Ma vabeh, parliamo di eventi speciali, di epifanie, di catarsi che anche il teatro forse uno su mille riesce a trovare. Ora, questi eventi speciali, queste epifanie, queste catarsi, andrebbero perdute per sempre se non ci fosse un omino dietro una macchina da presa a fissarle una volta per tutte e riportarle a noi. Sempre mediando, certo, con un ritardo incolmabile, certo. Ma insomma possiamo dire che il fine giustifichi i mezzi: parliamo di episodi, di vicende così particolari e importanti da meritare una proroga, una dilazione nel rigido contratto stipulato tra il tempo e le cose.

Belle parole, ma dovremmo cercare di calarle in un contesto per non restare vaghi. Prendiamo il film di Oppenheimer. Cosa fa il nostro Joshua? Lo spediscono a fare un film in Indonesia, e dopo un po’ che sta lì, si accorge di alcune cose: che la situazione, laggiù, non è proprio regolare; che gli autori di una massacro che ha mietuto almeno un milione di vittime tra i «comunisti» nazionali vivono una vita pacifica, estranei a qualsiasi forma di rimorso; che queste persone, che oggi i più definirebbero «macellai», lì sono considerati «eroi nazionali». Joshua è un tipo affabile. Sa ascoltare. Entra in confidenza con queste persone. Li fa parlare, si fa raccontare tutto, di loro. Capisce che è materia per lui. Poi viene l’idea.

Ora, qualunque regista statunitense sarebbe capace di girare un film di denuncia intervistando prima, in amicizia, i responsabili del massacro, per poi esporli alla pubblica gogna, a casa sua, tra i cori indignati del pubblico e gli allori del cinema impegnato. Ma il nostro Joshua, scusate, è più sottile. Chiede ai suoi amici – i «macellai» – di aiutarlo a girare un film. Li chiama a impersonare se stessi, i carnefici, e talvolta, ciò che è più importante, le vittime. La sua proposta, inutile dirlo, è accolta con entusiasmo. Quello che Joshua non dice ai suoi amici è che non girerà il film che pensano loro, quel film sarà solo il pretesto da cui avvierà il suo documentario. E noi, da casa, viviamo i mondi, le piccole cose, le catarsi e i voli di queste persone, fissate una volta per tutte in un contesto che è doppiamente finto: finto, perché giocato intorno a una rappresentazione; e finto, perché una telecamera non può e non potrà mai cogliere la realtà intima di un individuo. Ne crea piuttosto una seconda, alternativa. Come per gli elettroni di Heisenberg, non è possibile gettare luce sulla coscienza, senza modificarla. E questo Oppenheimer lo sa bene.

Un’avvertenza: da guardare con cautela. Non c’è violenza agita, sullo schermo. La violenza è nelle parole. Ciò non significa che non ve ne sia. Io non ho dormito un paio di notti dopo averlo visto. Merita, merita, merita; ma arrivate preparati. Con i miei auguri.
Durata: 166 min.

Les maitres fous (Jean Rouch)

Un documentario etnografico (il primo del suo genere) sulle pratiche rituali della setta africana degli Hauka, impreziosito del non trascurabile pregio di aver offeso parimenti, al tempo della sua uscita, le autorità coloniali e gli intellettuali africani. Io dico solo: Che figata! Vediamo i membri di questa setta impersonare i miti del dominatore europeo: il capo delle guardie, il governatore, la locomotiva… solo che «impersonare» non è proprio il termine esatto: vengono posseduti. Per la prima volta sullo schermo assistiamo a vere e proprie trance collettive, occhi che roteano, gente che sbava, urlante, che si ustiona deliberatamente col fuoco con la stessa nonchalance con cui si gratta la schiena, che tuffa le mani nell’acqua bollente… I più sensibili tra voi potranno rimanere impressionati, in effetti. I più morbosi potranno sempre giocare la carta dell’interesse antropologico. Comunque sia, figata e si vede pure veloce. Fatela ‘sta fatica!
Durata: 27 min.

Apocalisse nel deserto (Werner Herzog)

Non poteva mancare, nella nostra classifica, il più grande documentarista di tutti i tempi. Potessi andare oltre la quarta posizione molti, molti sarebbero suoi film. Questo in particolare – Apocalisse nel deserto – è rappresentativo di tutta la prima poetica del regista, concentrata in un ultimo, spettacolare finale, che ti si pianta in testa e non ti molla più, te lo porti finanche nella tomba. Un’avvertenza per i rompicosi: da non intendersi come un documentario in senso stretto. Il buon Herzog era solito girare documentari come fossero film di finzione (e viceversa). Vi faccio un esempio: questo film comincia con una citazione di Pascal – inventata di sana pianta – seguita dalla ripresa aerea di una catena montuosa. Bene: Herzog ha dichiarato più tardi, in un’intervista, che si trattava in realtà di un mucchio di ciottoli e polvere alto sì e no qualche centimetro. Questo perché a Herzog preme comunicare, più che quella fattuale, una verità poetica. Ho detto tutto. Buona visione!
Durata: 54 min.

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