La realtà si fa mito. Intervista ad Agostino Cornali

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Agostino Cornali, nato a Milano nel 1983, laureato in lettere classiche all’Università Statale di Milano, insegna materie umanistiche in una scuola superiore di Bergamo, città dove vive. Ha pubblicato la raccolta di poesie Questo spazio può essere nostro (Faloppio, LietoColle, 2010), mentre altre poesie inedite si possono trovare sul sito letterario qui di seguito

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/e-il-respiro-del-drago-tarantasio/

La poesia è sempre stata parte della tua vita, fin dai primi anni dell’infanzia, puoi confermare?

Sì, posso confermare. Quando ero alle scuole elementari restavo in istituto per tutto il pomeriggio perché i miei genitori lavoravano fino a tardi, e in quel periodo mi sono capitate tra le mani due antologie di poesia: “Guida al Novecento” di Salvatore Guglielmino, sul quale aveva studiato mia madre, e “Antologia della letteratura italiana” di Mario Pazzaglia. Poi, qualche anno dopo, sono state importanti due raccolte di poesie scelte, una di Montale regalatami da un mio lontano parente, e una di Leopardi, che i miei nonni mi portarono da Recanati. Per quanto riguarda l’inizio della scrittura, nella mia memoria si è impresso un periodo preciso: le vacanze estive dopo la quarta elementare. In quella stagione ho scritto le mie prime tre poesie, che devo avere ancora in qualche cassetto. Una parlava del rumore delle serrande dei negozi quando aprono all’alba, a Milano. Ho sempre sofferto di insonnia.

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“Ho sempre sofferto d’insonnia”

Cosa pensi ti ispirasse di più, nei primi tentativi di scrittura poetica, le piccole esperienze vissute o una fervida immaginazione infantile?

Sicuramente entrambe le cose, allora come adesso, anche se in quei primi anni ero molto più legato all’idea che la scrittura dovesse risarcirmi di precise esperienze negative che mi erano capitate. Adesso sento la necessità di lasciare più spazio all’immaginazione e penso che il risarcimento debba riguardare non singole esperienze, ma qualcosa di più profondo.

La differenza che si percepisce tra il tuo primo libro di poesie “Questo spazio può essere nostro” e gli ultimi inediti componimenti è proprio questa, che inizialmente restavi più ancorato alla realtà, mentre ultimamente ti lasci trasportare in luoghi mitici ed esperienze immaginifiche. E’ così?

Non so bene cosa si debba intendere con il termine “realtà”, ma se ci accordiamo sul fatto che essa sia “quella che si vede”, come diceva Montale, allora sì, sicuramente negli ultimi testi è poco presente o lo è in una forma molto trasfigurata.

Questo cambiamento rispecchia un tuo cambiamento personale o è semplicemente frutto della volontà di sperimentare nuove tecniche poetiche?

Ritengo che ogni forma di sperimentazione artistica rifletta un cambiamento personale, non ci può essere distanza tra le due cose.

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Agostino Cornali

Per te è importante sottolineare che i luoghi, in particolari le valli della bergamasca, hanno una grande importanza anche simbolica per la tua vita, ma nelle ultime poesie fa capolino anche l’elemento temporale: il richiamo a un passato storico ma anche mitologico da cui tu sei da sempre affascinato. Ma quale dei due aspetti (i luoghi di montagna e valle o il tempo passato) pensi sia più importante per te e quale vorresti far prevalere nella tua poesia?

C’è una frase di uno dei romanzi più belli che abbia mai letto, “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy, tradotto in Italia da Raul Montanari, che ha inciso moltissimo sulla mia idea di scrittura, di cultura, di felicità: “Qualunque cosa esiste nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso”. Queste parole sono pronunciate dal giudice Holden, un personaggio spietato che incarna in sé il Male assoluto e, insieme, la sete di sapere. A volte penso che una conoscenza enciclopedica, totale, divina, potrebbe essere l’unico modo per dare un senso pieno all’esistenza. Una conoscenza che sia innanzitutto geografica, spaziale: il titolo della mia prima raccolta, “Questo spazio può essere nostro”, esprimeva infatti il desiderio di possedere uno spazio conoscendolo; una conoscenza che sia però anche storica, perché impadronirmi del passato della mia terra mi può forse consolare del fatto che è impossibile conoscere tutte le terre. Questo sprofondamento nella storia, quest’evasione, quest’abbandono del presente per un passato mitico e favoloso, trascina con sé un naturale senso di colpa, che lo fa diventare una discesa agli inferi. Del resto il problema della conoscenza, illuminata o meno dalla luce della Grazia, è uno dei temi centrali della Commedia dantesca.

“Qualunque cosa esiste nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso”.

Cormac McCharty

“La poesia non è un libero sfogo di sentimenti, ma un’evasione da essi. Non è espressione della personalità ma un’evasione dalla personalità. E’ naturale, però, che solo chi ha personalità e sentimenti sa che cosa significhi volerne evadere”. La tua poesia si rispecchia in questa affermazione di T.S.Eliot?

Assolutamente sì, anzi, ti ringrazio di avermela fatta conoscere. Il termine “evasione” è spesso ingiustamente utilizzato per indicare la letteratura di bassa qualità che avrebbe come unico scopo quello di concedere al lettore un momento di svago. Se però affronto la questione dal punto di vista del poeta e rifletto su di me, il termine “evasione” mi fa pensare a qualcosa di molto elaborato, che implica un piano di fuga, la paura di essere scoperti, il senso di colpa per un atto contro le leggi. Per me è esattamente così: la fuga dal presente, quindi anche dagli affetti e dalle responsabilità non può essere un atto innocente. È un continuo tradimento.

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Gran parte delle tue poesie si rivolgono a un “tu” non bene specificato. Puoi dirmi a chi ti rivolgi?

Poiché le mie poesie le concepisco come stazioni di un viaggio-sprofondamento nel passato, ognuna porta in epigrafe il nome di un luogo. Ma ognuna consiste anche in una sorta di catabasi negli inferi, perciò mi è venuto naturale pensare a una figura che mi facesse da “guida”, come Virgilio. Non si tratta sempre della stessa persona e non sempre sa indicarmi la via, ma la sua sola presenza è importante. È anche il “tu falsovero dei poeti”, come lo chiamava Sereni.

Pensi che l’elemento del futuro entrerà mai a far parte della tua poetica?

Ho avuto una formazione classica e sono sempre stato ossessionato dal passato. Non riesco in alcun modo a pensare al futuro né a farlo entrare nei miei testi se non per tematizzare, appunto, la sua assenza.

A proposito di futuro, potremo avere fra le mani un altro tuo libro prossimamente?

Prossimamente no, non penso. Ho scritto una trentina di poesie ma sento che il “viaggio” – è una metafora abusata, ma nel mio caso si tratta proprio di quello – è solo all’inizio.

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