La voracità della metropoli. “La vita agra” di Luciano Bianciardi

12772921_10208598018017299_1020482402_o.jpg“La vita agra” di Luciano Bianciardi è sicuramente tra le opere la cui analisi non può prescindere dalla conoscenza della vita e del pensiero dell’autore. Appassionato di letteratura sin da piccolo, dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia e della gioventù in Toscana, alla fine di giugno del 1954 Bianciardi emigrò a Milano per lavorare come redattore della casa editrice che Giangiacomo Feltrinelli (il nome vi dice niente?) era in procinto di fondare.

Dopo una breve collaborazione, venne licenziato per l’incompatibilità con i ritmi e gli orari di un lavoro “da ufficio”. Rifiuterà anche una sostanziosa offerta di Montanelli per scrivere sul più prestigioso giornale italiano, il Corriere della Sera. Secondo la sua logica, la sua libertà valeva più delle trecentomila lire al mese (all’epoca un bel gruzzolo) che gli furono offerte. Iniziò a dedicarsi assiduamente all’attività di traduzione, oltre che a lavorare alle sue opere.

Il vecchio cuore della città

Rivoluzionario nell’Italia del Boom economico

“La vita agra ” riflette appieno il pensiero anticonformista dell’autore, profondamente critico nei confronti della società e di quel “miracolo economico” che si stava affacciando in quegli anni in Italia. Partendo dalla vicenda di un rivoluzionario determinato a vendicare i quarantatre minatori morti nella strage della miniera di Ribolla del 1954, Bianciardi racconta magistralmente il senso di alienazione, comune a tutti gli emigranti dell’epoca e forse anche di oggi, che inevitabilmente si prova passando da un piccolo paese di provincia alla periferia di una grande città.

“Per intendere la città, per cogliere al disotto della sua tesa tetraggine il vecchio cuore di cui tutti favoleggiavano, occorreva – adesso lo capivo – fare la vita grigia dei suoi grigi abitatori, essere come loro, soffrire come loro”. In questa frase sono racchiusi il cinismo, l’egoismo, la freddezza, la voracità e l’infelicità della vita della metropoli, dove il benessere della collettività passa in secondo piano a favore di quello individuale, il superfluo offusca l’indispensabile, il bisogno materiale prende il sopravvento su quello spirituale.

“Dove il benessere della collettività passa in secondo piano a favore di quello individuale, il superfluo offusca l’indispensabile, il bisogno materiale prende il sopravvento su quello spirituale”.

Uno stile rabbioso

Lo stile è rabbioso al pari del pensiero, non è fluido e scorrevole, ma impetuoso, frastagliato, è il rivo strozzato che gorgoglia, per usare la poesia di Montale. Le parole stesse si rivoltano sulla pagina, si agitano, scalciano, scuotono. Sul finale la trama diventa più rarefatta, e lascia libero e pieno sfogo alle riflessioni dell’autore.

Un successo non desiderato

Le ambientazioni sono le medesime di Testori, autore per cui ho una leggera predilezione perché lascia maggior spazio al lettore, qui compresso dal punto di vista di chi scrive che permea fortemente l’opera dall’inizio alla fine. “La vita agra” riscosse un profondo successo di critica e di pubblico, ma Bianciardi accolse l’entusiasmo generale a modo suo: “Avevo scritto un libro incazzato e speravo si incazzassero anche gli altri. E invece è stato un coro di consensi pubblici e privati”.

Un sistema che non funziona

In definitiva, un’opera ricca di spunti interessanti, e certamente consigliata. Bianciardi ha avuto il merito di anticipare problematiche ancora attualissime, amplificate dalla crisi economica, figlia di un modello distorto di capitalismo portato alle estreme conseguenze, e dalla povertà ancora dilagante che continua a costringere interi popoli ad abbandonare la propria terra per cercare fortuna altrove.

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