Da Irène Némirovsky all’attualità. Intervista agli organizzatori di Writers#3 all’indomani della Giorno della Memoria (Cataluccio, Vaccari, Cabassi e Di Nolfo)

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Il 27 gennaio 1945 le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. In quello stesso campo di concentramento morì nel luglio del 1942 Irène Némirovsky. Aveva solo trentanove anni eppure era già autrice di opere interessanti e meravigliose che il mondo avrebbe cominciato a conoscere solo più di 60 anni dopo la sua morte. Risale infatti al 2004 la prima edizione di Suite francese. E alla Némirovsky è stato dedicato Writers#3, il Festival letterario che si terrà a Milano tra il 29 e il 31 gennaio ai Frigoriferi Milanesi (via Piranesi 10).

Ecco l’intervista al comitato organizzatore del Festival, composto da Stefania Vaccari, Gabriella Cabassi, Isabella Di Nolfo Francesco Cataluccio.

Perché avete deciso, dopo la poetessa polacca Wislawa Szymborska, Alda Merini e Fernanda Pivano, di dedicare Writers#3 a Irène Némirovsky? Secondo quale criterio è avvenuta la vostra scelta?

E’ una scelta, come le altre, “a sentimento di lettori”. In genere accade che uno di noi getti là un nome e tutti, in una strana sintonia, si dican d’accordo. Ed è soltanto un caso che le “madrine” del nostro festival letterario siano state, fino ad oggi, delle poetesse e scrittrici donne.

Oggi è il Giorno della memoria. Qual è la cosa più importante da ricordare? Quale funzione hanno i libri in un giorno come questo? Penso ad Anna Frank e a Irène Némirovsky.

Molti sostengono che il Giorno della memoria sia diventato, come tutti gli anniversari, un po’ un un rituale. Noi invece pensiamo che sia anche un’occasione per pubblicare libri, anche difficili, che, negli altri periodi dell’anno, gli editori avrebbero difficoltà a diffondere. E lo stesso vale per i film e gli spettacoli teatrali. Non si tratta quindi di “commercializzzare” l’Olocausto ma di fare dell’anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau un’occasione di riflessione storica e di cultura.

Ciò che forse contraddistingue il Festival è il ricercato carattere di informalità che si vuole dare agli incontri. È un tentativo di togliere gli scrittori dal piedistallo dove sono ‘precipitati’ oggi, come è successo più volte nel corso della storia?

Writers è forse uno dei pochi festival, tra i tanti che si tengono ovunque in Italia, dove regna un’atmosfera informale senza che si perda la ricchezza e la profondità delle cose di cui si discute; dove le scelte degli scrittori partecipanti sono del tutto autonome e non legate a particolari pressioni delle case editrici; a realizzarsi come una sorta di caotica festa dove tutti si incontrano e parlano senza ruoli predeterminati.

Grande è l’attenzione all’attualità nella scelta degli ospiti del Festival, come dimostrano anche gli scrittori internazionali che saranno presenti. Quale idea di letteratura avranno in testa coloro che torneranno a casa dove aver partecipato a Writers#3?

Quest’anno, e non poteva essere diversamente, uno degli aspetti più salienti, sarà quello di discusioni legate alla cultura islamica. Ma l’accento verrà posto prima di tutto sulla letteratura e la poesia. Adonis, che ha appena pubblicato un saggio sulla violenza e l’Islam, è un grandissimo poeta e il suo sguardo non è quello di un politico o di un sociologo; lo stesso dicasi per lo straordinario scrittore turco Hakan Gunday. Si discuterà poi del Male nella letteratura, come del mondo visto dalle scrittrici donne. E uno degli incontri che più rappresenteranno lo “spirito di Writers” sarà quello su che cosa significhi tradurre e che cosa si perda quando si passa da una lingua all’altra. A noi piacerebbe che nella cultura e nella letteratura si perdesse il meno possibile…

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